«Lui, Pasolini, coi fascisti ci ha sempre fatto a botte». A parlare così è Ascanio Celestini, artista molto di sinistra, che ha scritto un libro su Pasolini ed è subito stato invitato su La7 alla trasmissione In Onda per raccontare la sua fatica letteraria che, confessiamo, non abbiamo letto e neanche abbiamo intenzione di farlo. Ma colpisce questa strattonamento di Pasolini per sottrarlo alle mani “impure” dei “fascisti”.
Il punto è che mettendoci la passione che lo contraddistingue, che per Celestini non può che essere l’antifascismo militante che lo portò pure a minimizzare le foibe, nel parlare del suo libro il nostro si è riferito a una presunta appropriazione da destra del poeta di Casarsa. Il pensiero è subito corso al convegno Pasolini conservatore che si è tenuto lo scorso novembre a Roma, organizzato dalla Fondazione An e i cui atti sono usciti proprio in queste settimane per i tipi di Rubbettino.
Celestini insomma ha ripreso una polemica vecchia di un anno e con toni sciattamente polemici («Loro rivalutano Pasolini morto perché non può rispondere») per offrire merce ideologicamente orientata (il suo libro) a chi aveva bisogno che a sinistra si rivendicasse l’eredità pasoliniana. E insomma a sentirlo così infervorato nello spiegare che Pasolini con tutti parlava meno che con i fascisti abbiamo compreso una sola cosa: che quel convegno su Pasolini conservatore ancora sta sul gozzo al mondo di sinistra.
FERITA DA VENDICARE
Una ferita da “vendicare” rimettendo in ordine i pezzetti deteriorati di una narrazione rassicurante. «Lui coi fascisti ci ha sempre fatto a botte». Tuttavia per amor di verità e non di polemica alcune annotazioni fatte in quel convegno così urticante per la sinistra vanno ricordate. Per esempio va citata l’ultima poesia pasoliniana scritta per parlare a un giovane fascista, un fascista «giovane, avrà ventuno, ventidue anni», l’ultimo destinatario possibile del suo «testamento» purché la sua camicia «non sia nera né bruna», ma sia «una camicia grigia. La camicia del sonno». Un giovane cui affidare la missione «difendi, conserva, prega».
Pasolini faceva a botte coi fascisti? Eppure agli inizi degli anni Sessanta era il critico cinematografico di una rivista che si chiamava Reporter e l’editore di quella rivista era Arturo Michelini, segretario del Msi. E il direttore di Reporter chi era? Adriano Bolzoni, ex combattente della Rsi. I due erano amici e si ritroveranno poi sul set di un film dove Bolzoni faceva lo sceneggiatore e Pasolini l’attore. Siamo nel 1966. Il film era Requiescant di Carlo Lizzani. Inoltre, quando la censura colpì due film di Pasolini, I Racconti di Canterbury e Il Decameron, fu l’ex militante del Fuan avvocato Gianni Massaro a difenderlo e a far sì che i film tornassero nelle sale.
ANIMA ANTIFASCISTA
Sono rapporti che non giustificano certo un’appropriazione, perché Pasolini era di sinistra e era antifascista, ma non si può impedire alla destra di guardare con interesse a uno scrittore che seppe vedere la decadenza, seppe riconoscere i segni di involuzione della società italiana, seppe criticare la modernità con accenti addirittura reazionari più che conservatori. E chi si pone in quest’ottica sta già fuori da ogni etichetta e lo dimostra l’incontro con Ezra Pound per una storica intervista che nel 1968 sarà trasmessa dalla Rai.
L’incontro tra due visionari, lo scrutarsi di due anime irregolari. Ciò fa di Pasolini un conservatore? Più che altro, come ha osservato Camillo Langone in quel convegno, era un «teorico del conservatorismo». E era attratto dal pensiero di destra, osservò Alessandro Gnocchi in quello stesso convegno: «Prendete la libreria di Pasolini e ci trovate Zolla, Eliade, Bernanos, Florenskij, Cristina Campo, Prezzolini». Pasolini leggeva autori che come lui tutelavano il sacro dall’assalto della modernità «perché – sottolineava – se noi togliamo il sacro che rende intoccabile l’uomo domani il Potere non avrà più confini».




