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La porta della storia socchiusa sulla vita 

Escono gli scritti della Némirovsky, autrice francese morta nel ’42 ad Auschwitz che raccontò un’Europa molto attuale
di Claudia Gualdanadomenica 2 agosto 2026
La porta della storia socchiusa sulla vita 

4' di lettura

Laprima a non credere poi troppo nella prosa breve era proprio lei: «Un racconto è una porta socchiusa per un istante su una casa sconosciuta e subito richiusa». Parola di Irene Némirovsky, signora della letteratura scomparsa troppo presto e a suo tempo dimenticata troppo in fretta. Sulla sua biografia amara si tornerà tra qualche riga, ma intanto vale la pena di consigliarlo, questo libro, l’ultimo di Adelphi che dell’autrice ha pubblicato anche il capolavoro, Suite francese, uno struggente romanzo d’amore e di morte ambientato nella Francia dell’occupazione nazista, perché ne è stato tratto un film hollywoodiano di meritato successo, anche quello di aver riportato alla ribalta una scrittrice vera.

C’è tanta malinconia nelle porte socchiuse di La notte in treno e altri racconti (a cura di Teresa Lussone, Adelphi, p. 266, € 20), in cui risuona forte l’impatto devastante della storia sulla vita quotidiana. La stessa malinconia che accompagna la vita spezzata di Irene, di famiglia ebraica, fuggita dall’Ucraina caduta nella morsa della rivoluzione bolscevica per riparare nell’amata Francia e infine morire ad Auschwitz nell’agosto del 1942, a soli 39 anni.

SCRIVERE E RESPIRARE
Un sentimento che per chi ama leggere si fa rimpianto per gli anni che sono stati sottratti alla sua giovane vita e alla letteratura, con tutto quello che avrebbe probabilmente scritto ancora e invece non è stato. Tragedie del secolo breve di cui c’è traccia anche in questi racconti, composti nel segno della discontinuità e pubblicati per lo più tra il 1938 e il ’42, quasi a dire che per lei scrivere era come respirare, anche se ammette di averli redatti per bisogno - li definisce con distacco “racconti alimentari”, ma la sensazione è che la sua anima non potesse farne a meno. Può succedere a chi viene strappato troppo presto ai suoi affetti, ai ricordi, ai paesaggi dell’infanzia, a patto che abbia talento e lei ne aveva proprio tanto.

Si diceva della discontinuità perché alcuni racconti sono sontuosi, altri meno riusciti, tutti hanno comunque un orizzonte che riconosciamo anche ai romanzi di Némirovsky: l’ambientazione per lo più francese, sua patria d’elezione – si era laureata in francese in Ucraina, fuorché un paio dallo scenario finlandese, con il gelo della neve che ti entra nelle ossa. L’indifferenza dei nuovi ricchi per la bellezza di un’epoca al tramonto, l’attaccamento alla vita, quasi animalesco, di un’umanità straziata da rivoluzioni, guerre, dalla tragedia dell’esilio. E ancora la denuncia del conformismo borghese e dell’ipocrisia dei rapporti familiari. Se c’è un caso di corrispondenza tra la vita dello scrittore e la sua opera è proprio quello di Némirovsky, sebbene non si sia mai fatta vanto di dipingere la sua vita come una tela, ossia di viverla come un’opera d’arte. Non ne aveva bisogno, perché la storia maiuscola aveva scelto al posto suo e i migliori tra questi racconti sono quelli in cui si riflette chiaramente la sua tragedia.

Lo scritto che dà il titolo alla raccolta narra uno sfollamento da Parigi in treno allo scoppio della guerra, con pennellate schiettamente impressioniste a tratteggiare personaggi che non potrebbero essere più diversi, per estrazione ed età, e invece si ritrovano stipati nello stesso scompartimento in viaggio verso l’ignoto. Il racconto meglio riuscito forse è Lo spettatore, storia di un uomo ricco incapace di amare, Hugo Grayer, un cosmopolita di padre nordico, madre italiana e proprietà in mezzo mondo, il quale suppone che tutto sommato la guerra non lo riguardi perché si illude che il denaro possa comprare anche la pace. Alcune riflessioni del cinico protagonista fanno male, tanto suonano attuali e perché sono di certo le opinioni di Irene: «L’Europa ha il fascino delle creature che stanno per morire»; Hugo era un esteta decadente, che si sentiva attratto dalle città minacciate, «Parigi, Londra, Roma; ogni volta che vado via, mi salgono le lacrime agli occhi, come se mi congedassi da un amico malato, condannato».

SOTTO I COLPI DEI GRANDI
Si era pure trovato a Salisburgo poco prima dell’Anschluss e aveva pensato a Mozart, alla fine della cara Austria sotto il tacco di Hitler. Tutte cose che comunque non lo toccavano più di tanto, perché stava per salpare per le Americhe, da “neutrale”, e invece morì come un sorcio, devastato da una bomba, in mezzo ai poveri e in mezzo al mare, su una nave colata a picco.
L’umanità di Nemirovsky del resto cola a picco, sotto i colpi delle scelte scellerate dei “grandi” o per la sua propria viltà. Le sue storie sono uno specchio fedele delle miserie umane, che si ripetono identiche dall’inizio dei tempi, con in più quel brivido da ultima notte sul ponte del Titanic che lei conosceva meglio di chiunque altro. E così le riesce fin troppo bene narrare di donne russe che un tempo erano state ricche e belle e si sono ritrovate a Parigi senza un soldo, di penosi esodi verso una salvezza impossibile e del fragile incanto della giovinezza, pronta a sfiorire alla fine di maggio con le eterne illusioni disilluse dell’amore.