Libero logo

Pompei, la bella vita prima dell'apocalisse

L’archeologo Zuchtriegel racconta come la fede negli dèi fosse in crisi
di Claudia Gualdanalunedì 3 agosto 2026
Pompei, la bella vita prima dell'apocalisse

4' di lettura

Non è eccessivo sostenere che l’arte neoclassica non esisterebbe se non fosse stata scoperta Pompei. Trascuriamo un po’ troppo le ripercussioni culturali dei primi scavi archeologici della storia davvero degni di tal nome, che portarono alla luce una città un tempo abitata da circa ventimila persone. Un luogo di olimpica bellezza: ville che si snodano immutate intorno a giardini e fontane, cicli di affreschi di valore immensurabile, mosaici, statue immacolate, e ancora fori, colonne, peristili, templi pagani. Dalle viscere della Campania usciva un luogo intatto, fermato in un’istantanea perenne al 24 agosto 79 dopo Cristo: l’impatto fu enorme, in tutta Europa.

Pompei viene alla luce nel 1748, agli albori dell’illuminismo, della rivoluzione industriale, della nascita dell’archeologia appunto, cui ha dato un forte impulso. Gli scavi iniziarono per volontà del re Carlo di Borbone, proseguirono nel periodo napoleonico, anche perinteresse della regina, Carolina Bonaparte; conobbero la fase più proficua dopo l’Unità d’Italia, precisamente dal 1863, sotto la guida dell’archeologo partenopeo Giuseppe Fiorelli, il primo a seguire un metodo scientifico rigoroso. Non è peregrino ipotizzare che i pepli e le fluenti vesti delle antenate abbiano influenzato anche la moda dello stile impero.

"Potere, guerra e pace: Eschilo ci parla ancora"

Dopo ventitré anni questa sera torna al teatro greco di Siracusa I Persiani di Eschilo, che a luglio sarà,...

Certo è che stordirono Canova; il massimo scultore neoclassico aveva visitato Pompei ed Ercolano tra il 1779 e il 1780, ricavandone una profonda impressione. Del resto le opere emerse, perfettamente conservate, restituivano uno spaccato fedele di un’arte che non poteva che influenzare lo scultore di Possagno, con il suo culto della perfezione e dell’armonia. Tuttavia Pompei è anche un documento inestimabile sulle abitudini nella vita quotidiana dei romani. I calchi effettuati nell’Ottocento ci hanno restituito addirittura i romani stessi – donne, uomini, bambini, anche molto piccoli, nell’ultimo atto disperato di salvarsi dalla catastrofe. Il sacrificio di Pompei è insomma un tributo senza pari allo studio della storia. L’archeologo tedesco Gabriel Zuchtriegel in pratica vive in quel miracolo, essendo egli il direttore del Parco Archeologico di Pompei dal 2021. Su questo tema dalle infinite implicazioni ha già scritto alcuni libri per Feltrinelli. Quest’ultimo, Quando gli dèi lasciarono il mondo. L’ultima estate di Pompei (Feltrinelli, p. 254, € 24), pone l’accento sull’inquietudine di quegli anni di transizione, in cui la fede negli dèi dell’Olimpo entra in crisi, in concomitanza con la diffusione del cristianesimo e la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

Due mesi prima della tragedia era morto l’imperatore Vespasiano, aveva preso il suo posto il figlio Tito, “amore e delizia del genere umano”, stando a Svetonio, il quale di norma non era tenero con i Cesari, e che tuttavia nel 70 aveva distrutto Gerusalemme dando inizio alla diaspora degli ebrei. Era un periodo storico tutto fuorché sereno, tant’è che solo pochi anni prima Lucano aveva scritto la Farsaglia sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo del secolo precedente, non facendo mistero di rimpiangere la Repubblica. Lucano era inquieto, inquieti furono i suoi tempi. Intrigante è il racconto che ne fa Zuchtriegel, suggerendo l’esilio delle divinità tradizionali, Diana soprattutto.

Cicerone-Hillary: il primo della classe lo odiano tutti

Nel 63 avanti Cristo, Marco Tullio Cicerone era il console più preparato che Roma avesse mai avuto. Nato ad Arpin...

IL BUEN RITIRO
Certo è che i cittadini di Pompei erano per lo più ignari di tutto ciò: Pompei era il buen retiro di grandi nomi del patriziato romano – Cicerone aveva una villa qui come, pare, l’imperatrice Poppea. In città vivevano stabilmente soprattutto schiavi, liberti, prostitute, produttori di vino, olio, profumi, commercianti, affittacamere. Era gente comune che lavorava sodo e non sapeva che il Vesuvio era un vulcano e non una montagna.

Le pagine più toccanti del libro sono i quelle che raccontano gli ultimi giorni, con la descrizione dell’incredulità, della confusione e del terrore, perché lo studio dei vulcani e dei terremoti allora non esisteva e ai malcapitati quell’inferno dev’essere sembrato una punizione divina. «Altrove era già giorno, lì una notte più fitta di tutte le notti», scrive Plinio il Giovane a Tacito, raccontando la nube a forma di pino, di cui scrive anche il nostro autore, i lapilli, la morte infine. Ma è un dolore che si spegne lasciando il posto alla bellezza che ci ha consegnato il loro sacrificio: visitiamo la Casa del Fauno e quella dei Vettii, e poi quelle più umili, fino ai lupanari, i luoghi di prostituzione, che notoriamente è il mestiere più antico del mondo e non conosce crisi.

Ritroviamo qui il gusto della trasgressione, del libertinaggio, la capacità di godersi la vita o magari di perderla in quisquilie di un popolo che sapeva vivere e ridere. Le scritte scollacciate sui muri non sono granché diverse dalle volgarità in cui ci si potrebbe imbattere tuttora. Zuchtriegel azzarda un parallelo con Sodoma e Gomorra, essendo riemerse scritte cristiane. Restano tuttora intatti anche alcuni misteri, perfino in un posto che ha azzerato le ombre. Un bel viaggio nel tempo, indubbiamente.

Colpi commissionati e trafficanti: cosa si muove dietro i furti d'arte

Il buio della notte parmense squarciato all’improvviso. Un portone che cede, ombre incappucciate che scivolano all...