Le immagini dei giovani e giovanissimi casseur incappucciati e mascherati coinvolti negli scontri di piazza milanesi dello scorso fine settimana hanno fatto il giro del web. Il più piccolo di loro è un dodicenne, ha gli occhi azzurri ed è un ragazzino difficile.
Di origine marocchina (è il più piccolo di quattro fratelli), non parla bene l’italiano e frequenta la seconda media dell’istituto comprensivo Ilaria Alpi, alla periferia meridionale di Milano, vive in una casa popolare e lo si vede spesso scorrazzare in monopattino per le strade del suo quartiere (Barona). È in Italia da qualche anno, contesta il sistema per modo di dire (è lì per fare casino e trarne un profitto) e nel video divenuto virale in cui lo si scorge, zainetto in spalla e vestito di scuro, mentre esce dallo storico negozio d’abbigliamento Fusaro di via Dante 2, all’angolo con via Cairoli, appare col volto semicoperto e il carico di cinture che ha appena rubato. Rispetto ai compagni di classe, ha dichiarato in un’intervista Roberta Bellino, la dirigente scolastica della scuola frequentata dal minore, il ragazzino «gioca in un altro campionato».
C’è chi lo ha descritto come un provocatore nato, che ti guarda con atto di sfida (l’ha fatto, ripreso da un telefonino, anche durante i disordini milanesi), e chi come un bullo o un picchiatore in erba.
Il casseur è un guastatore o, banalmente, un vandalo o un teppista. La parola, di chiara origine francese, spesso riferita agli esponenti dei movimenti antagonisti alla testa delle guerriglie urbane fatte esplodere negli anni Settanta del secolo scorso, e di recente incorporata nella cosiddetta loi anti-casseurs (10 aprile 2019), è un derivato di casser («rompere», «spaccare») e indica chi, in una manifestazione di piazza, sfasci o danneggi tutto quanto incroci il suo cammino (vetrine, paline, auto in sosta, ecc.). Da noi il termine è attestato a partire dagli anni Novanta: «Parigi ha le sue bande di casseurs. Approfittano dei cortei e se il vento politico porta i semi della collera distruggono tutto ciò che capita sotto le loro mani...» (“Corriere della Sera”, 4 aprile 1998; inserto Io donna).




