Mentre il turismo di massa continua a riversarsi nelle stesse poche città, esiste un’altra Italia che aspetta di essere scoperta. È l’Italia delle province, dei laghi, delle ferrovie storiche e dei paesaggi che scorrono lentamente oltre il finestrino. O, da oggi, senza nemmeno il finestrino. Perché sulla linea del Sebino, tra Franciacorta e Lago d’Iseo, debuttano le prime carrozze panoramiche completamente aperte mai realizzate nel nostro Paese. Per Luigi Cantamessa, Direttore Generale di Fondazione FS, non si tratta soltanto di una novità ferroviaria. È il simbolo di un modo diverso di concepire il viaggio e il turismo.
Le carrozze panoramiche sembrano arrivare in controtendenza. Tutti corrono, voi proponete di rallentare.
«In realtà è proprio questo il punto. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento profondo nelle aspettative dei viaggiatori. Sempre più persone non cercano semplicemente una destinazione, ma un’esperienza. Vogliono capire i luoghi, viverli, attraversarli. Il turismo ferroviario risponde esattamente a questa esigenza. Non si limita a trasportare le persone da un punto all’altro: trasforma il viaggio stesso in parte integrante della vacanza. È un turismo più consapevole, più sostenibile e, se vogliamo, anche più colto».
Le carrozze panoramiche rappresentano un ulteriore passo in questa direzione?
«Assolutamente sì. Con queste vetture abbiamo voluto portare all’estremo il concetto di immersione nel paesaggio. Chi salirà a bordo non osserverà il territorio attraverso un vetro. Lo vivrà direttamente. Sarà possibile sentire il vento, percepire i profumi della vegetazione, cogliere dettagli che normalmente sfuggono. È un’esperienza molto vicina a quella che si può provare su alcune ferrovie turistiche del Nord Europa, ma che in Italia non era mai stata sperimentata».
Da dove nasce l’idea?
«Da una riflessione molto semplice. L’Italia possiede probabilmente il patrimonio paesaggistico più ricco e diversificato d’Europa. Abbiamo montagne, laghi, colline, coste, borghi storici. Eppure, spesso il viaggio viene percepito soltanto come un trasferimento. Noi abbiamo voluto restituire valore al tragitto. Il paesaggio diventa protagonista tanto quanto la destinazione finale. Nel 2018 abbiamo iniziato a ragionare su come poter sviluppare questa idea: siamo andati in Svizzera, ho accompagnato il mio team a bordo del Bernina Express. È stato facile generare entusiasmo al nostro interno. E da quel momento abbiamo lavorato all’unisono per portare anche sui binari italiani questa nuova concezione di turismo ferroviario».
La cosa curiosa è che le nuove carrozze nascono da vecchi carri merci.
che preferisco di questo progetto. Abbiamo recuperato tre carri pianali dismessi e li abbiamo trasformati in vetture completamente nuove presso le Officine Grandi Riparazioni di Rimini. È un esempio concreto di sostenibilità. Oggi si parla molto di economia circolare; noi l’abbiamo applicata a un settore, quello ferroviario, che per sua natura ha sempre avuto una forte vocazione al riuso e alla valorizzazione delle risorse esistenti».
Per il debutto avete scelto una linea quasi sconosciuta al grande pubblico: la Palazzolo-Paratico. Cosa la rende speciale?
«Il suo rapporto con il territorio. Nacque per collegare il Lago d’Iseo alla rete ferroviaria nazionale e per sostenere lo sviluppo industriale dell’area. Ma aveva una caratteristica quasi unica in Europa: i carri ferroviari arrivavano fino all’imbarcadero di Paratico e venivano trasferiti sulle chiatte che attraversavano il lago. Un sistema ferro-acqua modernissimo per l’epoca».
Nell’Italia “minore” si gioca il futuro del turismo?
«Io preferisco parlare di Italia autentica. Oggi il dibattito pubblico è dominato dall’overtourism. Venezia, Firenze, Roma, le Cinque Terre. Tutte realtà straordinarie che però in alcuni periodi soffrono una pressione enorme. Parallelamente esiste un’Italia fatta di migliaia di comuni, paesaggi e luoghi d’arte meno conosciuti che possiedono un potenziale straordinario. Il treno è uno strumento fondamentale per distribuire i flussi turistici e generare sviluppo diffuso».
In che senso?
«Le ferrovie storiche e i treni turistici consentono di raggiungere territori che spesso rimangono fuori dai grandi itinerari.
Ogni viaggiatore che arriva genera economia per alberghi, ristoranti, guide turistiche, attività commerciali. È una forma di sviluppo molto più equilibrata rispetto alla concentrazione di milioni di visitatori in pochi chilometri quadrati. Per questo considero il treno un vero volano di economia diffusa».
Il turismo ferroviario è cresciuto moltissimo.
«Lo avevamo previsto e ci siamo fatti trovare prontì. Già prima della pandemia osservavamo segnali chiari. Dopo il Covid il fenomeno ha avuto un’accelerazione. Le persone cercano esperienze autentiche, sostenibili e meno frenetiche. Un turismo che permetta di entrare in relazione con i territori. Il treno, soprattutto quello storico e turistico, è perfetto per questo tipo di domanda».
Molti associano i treni storici alla nostalgia?
«Certamente c’è una componente emotiva, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Non stiamo proponendo un museo viaggiante, ma costruendo un modello turistico contemporaneo. Chi sale su un treno storico spesso è giovane, utilizza piattaforme digitali, si muove con la bicicletta, percorre cammini e cerca esperienze integrate. È un pubblico molto più moderno di quanto si pensi».
Che cosa si aspetta da questo progetto delle carrozze panoramiche?
«Mi auguro che diventi un simbolo. Non soltanto della Ferrovia del Sebino, ma di un modo diverso di guardare il Paese. L’Italia è piena di bellezza, ma per apprezzarla bisogna concedersi il tempo di osservarla. Queste carrozze invitano a fare esattamente questo. A rallentare, a guardarsi intorno e a riscoprire il piacere del viaggio».
Provocazione culturale?
«Forse lo è. Siamo abituati a viaggiare sempre più velocemente. Noi proponiamo una cosa semplice ma sempre più rara: lasciarsi sorprendere dal paesaggio».




