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Coronavirus, botto di contagi in Africa: immigrazione, una minaccia a lungo termine per l'Italia

Mariano Bizzarri, Alessandro Sansoni
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Uno degli aspetti che colpisce nella vicenda del Covid-19, è l' incapacità del nostro governo -come quello di altre nazioni- di mettere in piedi una strategia preventiva. Ciò è tanto più imbarazzante se si considera che Palazzo Chigi avrebbe potuto beneficiare non solo dell' ausilio di esperti, ma altresì dell' esperienza accumulata nei mesi di gennaio-febbraio in quelle aree che hanno mostrato una elevata capacità di resilienza alla diffusione dell' epidemia. A Hong-Kong e Singapore la chiave del successo è stata l' adozione delle seguenti misure: confinamento dei focolai e restrizioni rigorose agli spostamenti; creazione di una cabina di regia unica; immediato incremento delle unità di cura intensiva; reclutamento di medici specialisti; controllo dell' informazione, per evitare la diffusione di allarmismi e fake news.

Ma guardiamo avanti, alle prossime sfide di cui il governo sembra essere ignaro. I media trattano dell' Europa, glissano su quanto succede in Russia, si concentrano sull' epidemia negli Usa. Ma relativamente ad Africa e Medio Oriente nulla o quasi. È un atteggiamento superficiale per varie ragioni. Primo, alcune nazioni come Etiopia, Kenya, Arabia Saudita hanno stretti e ininterrotti contatti con la Cina. Allo stato attuale 18 nazioni hanno già individuato uno o più focolai (il primo emerso in Egitto) e l' OMS ha istituito una task force di 62 specialisti che si è spostata in Africa per offrire supporto ai governi e coordinare la strategia di intervento. Cosa facile a dire ma non a farsi, visto lo stato delle strutture sanitarie, con scarse unità di terapia intensiva, dove manca l' equipaggiamento essenziale e il confinamento è problematico.

L' unico centro di arrivo e smistamento di materiale sanitario è attualmente Dubai, ma il trasferimento verso altri paesi non è semplice né immediato. Le compagnie aeree hanno bloccato i voli da e per la Cina. Ma la Ethiopian airlines - tramite la quale giungono in Africa almeno il 50% dei Cinesi - non ha fermato le partenze. Inoltre, la persistenza di collegamenti tra Algeria e Francia, oltre al continuo afflusso di musulmani asiatici e cinesi in Arabia, fa di questo continente il più "trafficato" del momento. E questo in un contesto dove le informazioni e le regole igieniche della maggior parte dei viaggiatori sono al minimo.

Molte di queste persone transitano poi in Egitto o, tramite Sudan, Nigeria e Mali, giungono infine in Libia. Uno studio recente (sempre pubblicato da Lancet) ha lanciato l' allarme: «La minaccia incombente del Covid-19 in Africa». La consapevolezza ha cominciato ad emergere nel continente: ai primi di Febbraio solo due nazioni africane disponevano dei test diagnostici.
Al momento il numero è salito a 40. Da allora numero di contagi e di focolai è andato crescendo. L' analisi ha permesso di stabilire un Indice di vulnerabilità al Covid-19, in base al quale le aree a maggiore e immediato rischio di sviluppare l' epidemia sono Egitto, Algeria e Arabia Saudita. Nigeria, Etiopia, Sudan, Angola, Tanzania, Ghana e Kenya presentano un rischio intermedio, ma elevatissima vulnerabilità data la fragilità del sistema sanitario.

La preoccupazione maggiore è legata alla possibilità di realizzare aree di effettiva contenzione dell' epidemia. Una misura necessaria ma che ha scarse possibilità di realizzazione effettiva. Al netto, lo sviluppo previsto dei casi infetti non farà che aumentare il flusso di persone e di migranti attraverso l' Africa alla ricerca di un possibile sbocco. La strada verso l' Asia è chiusa, dato che l' Arabia Saudita fa buona guardia. Resta, come al solito, la Libia. Ma ieri Fayez al-Serraj ha dichiarato lo stato di emergenza a causa della pandemia e ha disposto la chiusura dei confini e delle scuole per due settimane a partire da lunedì. Resteranno inoltre chiusi i bar e le sale per le feste riproduzione riservata.

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