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Federico Rampini: "Gli Usa più forti della Cina, ma non ci credono più"

Andrea Morigi
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Se il mondo torna bipolare, com’era prima della guerra fredda, i poli nel frattempo sono cambiati: da una parte c’è sempre l’America, ma dall’altra, il posto della vecchia Urss, ora lo ha preso la Cina. A entrambe, il «nomade globale» Federico Rampini, «che sta quasi sempre dall’altra parte del mondo» rispetto a noi, dedica le sue Inchieste da fermo, due puntate da 100 minuti l’una, in onda su La7 a partire da domani, 20 giugno, alle ore 21.15. È un viaggio nei due imperi del nostro tempo, per capire quali sono la loro vera natura, le loro forze e le loro debolezze.

La prima parte porta un titolo interrogativo: “A che serve l’America?”. La domanda a cui l’autore del programma, editorialista del Corriere della Sera a New York, si propone di rispondere, riguarda «il paese dove abito da 23 anni, del quale ho preso anche la cittadinanza. Il racconto comincia da un capodanno di molti anni fa». Al passaggio del Millennio, Rampini sceglie di esplorare la Silicon Valley, in California, perché «stava succedendo la prima rivoluzione digitale, là c’era il nuovo che maturava». La sua storia personale s’intreccia con il passaggio d’epoca: «Stavo preparando il mio trasloco dall’Italia alla California, da Milano a San Francisco. Ricordo l’incubo della ricerca di un appartamento da affittare. Non solo gli affitti erano i più cari del mondo, ma di appartamenti liberi non ce n’erano proprio. San Francisco era già la capitale di Internet, un fenomeno ancora giovane, era l’epicentro della prima rivoluzione digitale, in piena euforia e anche in piena iperinflazione per quel cambiamento vorticoso. Andavo a vivere in un’America all’apice della sua potenza, aveva vinto la guerra fredda contro l’Unione Sovietica e ancora non intravvedeva nella Cina una possibile rivale. L’America di oggi non è più così ottimista, anzi è certa del proprio declino. Eppure rimane la potenza numero uno al mondo. Perché? Grazie a quello che io chiamo il quadrilatero magico».

 

 

Se ne parlerà nel corso della serata con l’aiuto di molte voci, attraverso interviste, opinioni di esperti, video di attualità, testimonianze, mappe e grafici. Per quanto gli yankee s’illudano di bastare a se stessi, di là dall’Oceano Pacifico una sfida li coinvolge volenti o nolenti. Rampini se n’era accorto a San Francisco: «Lo sguardo inevitabilmente rivolto a Oriente mi ha aiutato a fare il salto successivo, verso la Cina, intercettando una quantità di informazioni sul decollo e sul boom cinese». Ma non basta, bisogna andare dietro la Grande Muraglia a tentare di capire. Per questo, il giornalista si sposta per un periodo di cinque anni a Pechino.

I QUATTRO PILASTRI
Facciamo un passo indietro: sono quattro i pilastri del “primato imperiale” americano (che ebbero un ruolo anche nella storia di imperi passati): 

1) Moneta universale. Il primato del dollaro regge, nonostante la Cina e altri facciano il possibile per abbatterlo. Né l’euro né il renminbi hanno scalzato il ruolo dominante del dollaro sia negli scambi internazionali sia come moneta di riserva delle banche centrali. Dietro c’è il mercato finanziario più liquido del mondo e anche uno Stato di diritto. Se hai titoli in dollari i tuoi diritti sono tutelati dalla giustizia americana. Se invece hai titoli in renminbi...

2) Superiorità tecnologica. Dalla gara dei vaccini alla guerra in Ucraina, due test recenti hanno confermato che l'America è ancora numero uno. Le sue aziende detengono più brevetti di quelle cinesi e tedesche messe insieme.

3) Autosufficienza energetica. Grazie alla rivoluzione dello shale gas (gas naturale estratto da rocce e sabbie) l’America ha cessato di dipendere dal petrolio arabo. Non altrettanto può dirsi della Cina. Si potrebbe aggiungere, per affinità, l'autosufficienza agroalimentare. La Cina è sprovvista anche di quella.

4) Demografia. L’America ha ancora una popolazione che cresce, a differenza di Europa, Cina e Russia.

 

 

 

Tutto bene per il paese di Joe Biden? Non proprio. «Nel programma», spiega Rampini, «concludo con questa osservazione meno ottimista: l’America è l’unica a possedere i quattro pilastri della supremazia imperiale, tuttavia a questo quadrilatero manca un centro, un cuore forte: l'autostima, la fiducia in sé e nei propri valori». C’è anche la sua esperienza nella seconda puntata, in programma la prossima settimana, martedì 27 giugno alle 21.15: Il titolo è sempre interrogativo, ma anche più inquietante: “Moriremo cinesi?” «Una domanda che pongo senza cattiveria, il senso è chiederci se il XXI secolo sarà inevitabilmente il secolo cinese, dominato da una nazione che ha messo a segno progressi spettacolari. Ne sono stato testimone diretto, ho perfino un pezzo di famiglia cinese. Tuttavia questa nazione ci preoccupa per il regime autoritario che la guida. E se siamo entrati in una logica antagonista, è possibile, è realistico, fermare Pechino?».

LEGITTIME ASPIRAZIONI
L’analisi di Rampini è decisa: «Effettivamente è una Cina molto più autoritaria, ancora più nazionalista con punte di aggressività nei confronti dell’Occidente o dei suoi vicini, Giappone e Corea. È preoccupante ed è giusto averne più paura. Ha preso più coscienza di sé della propria forza e sviluppato un senso di superiorità e pensa che saremo noi a dover imparare da loro». Ecco perché ormai «le nostre prediche non hanno nessuna influenza. E da parte nostra le violazioni in Tibet, a Hong Kong, verso gli Uiguri, ormai le diamo per scontate. Semmai quel che ci fa paura è il possibile imperialismo cinese». Del resto, «Xi Jinping e con lui molti cinesi sospettano che noi occidentali facciamo il tifo contro di loro, per invidia o per egoismo vogliamo fermarli. Questa forse è la vera sfida che abbiamo di fronte: dobbiamo trovare i modi per contenere la prepotenza del regime autoritario cinese, senza dare l’impressione che vogliamo soffocare le sue legittime aspirazioni al benessere». E le sue crisi, evidenti a partire dal declino demografico della Repubblica popolare, anche se controbilanciate da una volontà di potenza che si esprime nell’aggressività verso Taiwan e ci fa temere una nuova guerra.

In realtà, nel corso del tempo, un po’ ovunque in Occidente si è formata una lobby filocinese. «Forse in Germania, che ha avuto per 20 anni un attivo commerciale con la Cina, c’è la più forte. Anche se ora, in Francia, Bernard Arnault, il patron di Lvmh, è diventato l’uomo più ricco del mondo grazie alla riapertura dei mercati da parte della Cina dopo il Covid. L’attrazione fatale va in entrambe le direzioni, come spiegheranno sul piccolo schermo sinologi, esperti di moda, cultura pop, ma anche una grande studiosa delle tecnologie di spionaggio cinesi che abbiamo importato senza saperlo: Rita Cucchiara, docente dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

 

 

 


In Italia, vi è «un sottobosco di amici della Cina, ma in questo clima di guerra fredda sta diventando più complicato e rischioso intrattenere rapporti di amicizia con Pechino. Con l’accordo sulla Via della Seta firmato da Giuseppe Conte, l’Italia ne ha ricavato un danno reputazionale, ma nessun vantaggio. Questo il governo attuale lo ha capito bene. E ci conviene, perché oltre l’Unione Europea le esportazioni del made in Italy negli Stati Uniti sono il quadruplo di quello che vendiamo in Cina. Non c’è paragone». Anche se sarà «impossibile non aver più niente a che fare con la Cina», conclude Rampini. Del resto «l’America ha delle lobby capitalistiche che vogliono continuare a fare gli enormi profitti che hanno realizzato negli ultimi trent’anni. Ma la tendenza del futuro la indica Apple, che ha tradizionalmente fabbricato in Cina l’80% dei suoi prodotti. Ora vuole affidarne il 40% all’India e/o al Vietnam, ritenuti più democratici. E si stanno cercando barriere e forme di embargo contro la Cina, soprattutto dal punto di vista strategico militare, il terreno sul quale non vogliamo farci sorpassare, ma anche su tutto il resto ridurremo la nostra dipendenza dalla Cina».

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