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Onu? Albert Einstein aveva previsto tutto

Francesco Specchia
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Ginevra, 1923. Un Albert Einstein, ancora fresco di Nobel e di buoni propositi, stretto nella marsina e nella gabbia di Faraday dei suoi capelli elettrici, dà sfogo a una delle sue incazzature più epiche contro l’inefficienza invincibile delle future Nazioni Unite. In una lettera indirizzata a Albert Dufour-Feronce, alto funzionario del ministro degli Esteri tedesco, Albert annuncia le sue dimissioni dalla “Commissione per la cooperazione culturale della Società delle Nazioni”. È un gesto che egli stesso smentirà l’anno successivo per evitare di farsi involonario strumento delle minacce naziste alla Commissione ma, in quell’attimo, resta una presa di posizione potente.

«La Commissione è ancora peggio della Società delle Nazioni», scrive Einstein «e ha costantemente mancato di prestare il proprio appoggio morale alle minoranze culturali. Essa, perciò ha deliberatamente rinunciato al compito che le è proprio, vale a dire di sostenere le minoranze nazionali nella lotta contro l’oppressione culturale». Non si capisce benissimo il senso della frase, ad onore del vero. Ma, dietro l’ira nient’affatto bonaria del nostro, si intuisce che Einstein stava avendo la precisa visione di come la negligenza, la burocrazia, la vischiosità della politica avrebbero contrassegnato l’operato stesso della Società delle Nazioni (prodromo dell’Onu) negli anni a venire.

 

 

 

TEDESCHI E FRANCESI

Einstein affonda il coltello nel ventre molle di un organismo internazionale così giovane eppur già così cosparso di conflitti d’interessi. Specie della Germania e della Francia, tanto per cambiare. «Che il governo francese crei e mantenga a Parigi, come organo permanente della Commissione, un istituto finanziato dallo Stato e diretto da un cittadino francese può indurre l’osservatore straniero a pensare che sia predominante nella Commissione». Alla cui presidenza, guarda caso c’è un altro cittadino francese. Erano raccomandazioni anche se oggi le chiameremmo “spoil system”.

«Dixit et salvavi animam mea, l’ho detto e salverò la mia anima», chiosa Einstein. Queste e molte altre inedite considerazioni dello scienziato che volle farsi politico – e pure un po’ sociologo - emergono da Sulla politica, i governi, il pacifismo (Book Time, pp. 160, 14 euro). Ossia nel pamphlet prefato da Paolo Barbieri in cui vengono riportate interviste, lettere - due delle quali a Sigmund Freud al cui sostegno non solo psicologico - , discorsi articoli e finanche carteggi con i membri dell’Accademia russa i quali tacciano Albert di populismo filoamericano.

Nel libro, un inedito Nobel per la Fisica si trasforma quindi da scienziato in traghettatore d’anime belle e di formidabili utopie: e non solo invoca il pacifismo ad ogni costo (elemento già noto della biografia di Einstein) ma passa dalla mobilitazione delle masse di giovani, al manifesto firmato con Friedrich Nicolai contro la nazistoide presa di posizione di 93 colleghi tedeschi convinti che la cultura tedesca dovesse essere preservata attraverso “il militarismo”. Specifichiamo. Durante la prima guerra mondiale, Albert fu tra i fondatori di un movimento - il Bund Neues Vaterland - mirante a configurare un’organizzazione soprannazionale in Europa per prevenire futuri conflitti armati.

Einstein fu dunque ferocemente critico sui limiti della Società delle Nazioni e dell’Onu; e come Presidente del Comitato di emergenza degli scienziati atomici sostenne la creazione di «un governo federale mondiale capace di prevenire la guerra atomica e di garantire la pace». Einstein appiccò il fuoco di un “nuovo pensiero politico” che intendeva, sì, la pace come la priorità politica del nostro tempo, una formula che fu condivisa da Gorbaciov nel tentativo di fermare la corsa agli armamenti e di ridurre le armi di distruzione di massa. Ma, nel contempo, intuiva il cattivo indirizzo di una Società delle Nazioni contrassegnata dalla pessima politica.

 

 

 

LETTERA A FREUD

A Freud, egli scriveva: «I dirigenti politici e i governi non possono essere considerati come i rappresentanti dei migliori elementi dal punto di vista intellettuale della Nazione (...) Non crede che una soluzione potrebbe essere l’offerta di una libera associazione di persone il cui precedente operato e i cui atti diano una garanzia delle loro capacità e delle loro purezza d’intenti?». Cioè: Einstein chiedeva al padre delle psicanalisi se non fosse il caso, data la scarsezza e l’insipienza dell’istituzione, di lasciare fare a «un’associazione di persone perbene ciascuna dotata di un alto prestigio nel proprio campo». E articola meglio la proposta: «In questa associazione di carattere internazionale i cui membri dovrebbero restare tra loro in contatto per un continuo scambio d’opinioni, potrebbe, grazia a varie prese di posizione della stampa, esercitare una consapevole e salutare influenza sull’impostazione dei problemi politici...». Anche perché «la maggiore difficoltà della nostra commissione è data dall’assenza di fiducia nel sua imparzialità politica». E, dal punto divista dell’analisi della crisi economica allora tanto in voga, una «straordinaria confusione di idee regna tra esperti».

E, lì, tra una citazione di Kant, un invito a parlare in radio tra le braccia accoglienti di Bertrand Russell, e una proposta di “salario minimo” (ebbene, sì) per riequilibrare i salari; be’, Einstein accenna, quasi da economista, ad una larvata forma di federalismo, «personalmente io penso che, in linea di massima, si dovrebbero preferire quei metodi che assicurino il rispetto delle tradizioni e delle abitudini di un Paese». Vasto programma, da non lasciare al caso della politica politicata. Fu in quegli anni che ad Einstein scappò la frase «Dio non gioca a dadi...».

 

 

 

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