Il nostro vecchio Pianeta, quando si trova privo di equilibri internazionali stabili e leadership dagli obiettivi chiari, mi pare comportarsi come quei miei coetanei che iniziano a perdere consapevolezza della propria personalità attuale e tendono a rifugiarsi mentalmente negli anni dell’infanzia o almeno dell’adolescenza. Non è un effetto simile che agisce tra olandesi, scandinavi e baltici quando definiscono la loro recente convergenza come una “Nuova Lega Anseatica” richiamandosi a un’associazione tra comunità di mercanti varata nel medioevale 1161?
E non è sotto questo effetto un po’ da Alzheimer, Vladimir Putin quando crede di essere un nuovo Pietro il Grande? O quando gli arabi nella loro penisola litigano e si comportano come i mercanti prima dell’Egira cioè dell’arrivo di Maometto a Medina nel 622 d.C.? O quando certi ebrei ortodossi vorrebbero fissare i confini di Israele sulla base della Bibbia? E Donald Trump per tanti versi non ricorda Theodore Roosevelt con il suo “big stick” il suo grande bastone? E Xi Jingping non pare entrare in diretta polemica con l'imperatore Zhu Zhanji che a metà del 1400 ridimensionò la flotta anche per invidia verso i successi dell’ammiraglio Zheng He? E nelle mosse di Recep Erdogan non è possibile rintracciare una nostalgia per il Califfato? E le paure verso Ankara di sauditi ed egiziani non nascono anche proprio dal ricordo del califfato ottomano?
L’ondata di presidenti e premier di origine “india” in Sudamerica, ora in ritirata per l’avanzata di candidati conservatori, non è anche l’ennesima risposta indigena a Hernán Cortés? Ed è un caso poi quella certa sintonia che si ritrova tra ungheresi, austriaci, cechi e slovacchi, o è la matrice asburgica che ancora influisce su nazioni per qualche secolo governate da Vienna? Sappiamo quanto il ritorno di miti come il panslavismo tra fine Ottocento e inizi Novecento in Europa, e il culto della Foresta nera negli anni Trenta in Germania abbiamo preparato tragici lutti al nostro Vecchio continente: quindi i ritorni “storici” vanno seguiti con particolare attenzione perché possono generare una disgregazione che nel medio periodo non può che alimentare il caos.
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Però il problema non è tanto o solo denunciare “i ritorni alla storia”, quanto quello di comprendere le cause di questo fenomeno per poterlo governare con l’obiettivo di cui si scriveva nelle prime righe: ricostruire un equilibrio globale nel rapporto tra gli Stati e aiutare la formazione di leadership capaci di perseguire obiettivi razionali e così costruire una pace sufficientemente stabile.
Tra le analisi centrate sul riemergere del passato, in una recensione sul Financial Times ne ho trovata una particolarmente interessante centrata sui contenuti di un saggio The New Byzantines (C. Hurst & Co. Publishers Ltd, 2025) di Sean Mathews (giornalista greco americano specializzato nel Medio Oriente e che ha scritto anche sull’Economist). Mathews sostiene che a lungo il mito dell’età classica dei Platone e degli Euripide ha nascosto il principale ruolo che la civiltà greca diventata bizantina tra il 400 d.C. e i primi secoli del secondo millennio: quello di essere l’essenziale porta europea per l’Oriente. Ed è su questa radice, secondo il giornalista greco-americano, che oggi Atene sta diventando il luogo fondamentale d’incontro del Mediterraneo ed è in questo senso sempre più frequentata dai turchi più laici, da israeliani, da arabi modernizzatori, ciprioti ed egiziani riformatori. E un ruolo centrale in questo Nuova Atene ha la Chiesa ortodossa che non solo ha naturali collegamenti con l’Europa dell’Est ma li ha, come documenta l’autore di The New Byzantines, anche con Gerusalemme.
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Un’opinione pubblica europea sempre meno consapevole delle proprie radici sottovaluta in generale il ruolo degli ortodossi nel nostro Vecchio continente preferendo utilizzare questa o quella categoria propagandistica, pur talvolta non infondata ma svilita dalla superficialità, tipo populisti, sovranisti, putiniani, demo-autoritari e così via, pur di non fare i conti con le radici antropologiche di certi fenomeni politici dimostrando così l’impotenza di una ragione arrogantemente astratta ad affrontare questioni sedimentate dalla storia.
L’intelligente analisi mathewsiana sul neobizantinismo mi pare molto utile non solo per comprendere quel che succede ma anche per l’agire politico: tutte le principali mete dell’Italia sia il Piano Mattei che ha come primaria porta d’ingresso nel continente africano l’Egitto sia la costruzione del corridoio economico India-Medio oriente-Mediterraneo hanno particolarmente bisogno di una porta europea sul medio Oriente e, come sta avvenendo fattualmente, ciò non può non prevedere che una forte crescita di un asse Atene – Roma. Al fondo un simile processo sta avvenendo anche nel mar Baltico dove l’evocata Nuova Lega anseatica è la base naturale (cosa di cui dovrebbe meglio rendersi conto lo stesso Trump) per contrastare la totale egemonia russo-cinese sull’Artico.
Ecco una via concreta per usare il passato non come fattore di disgregazione ma come costruttore di nuovi equilibri e leadership internazionali. E nei miei sogni questa sarebbe anche la via per dare radici a un’Unione europea boccheggiante: pensate se invece che 27 nazioni con diritto di veto, ci fossero quattro cantoni europei uno baltico, uno atlantico, uno centroeuropeo e uno mediterraneo capaci di radicare seriamente le scelte dell’Unione nelle società degli Stati membri senza lasciare tutte le decisioni fondamentali all’immensa burocrazia bruxellese o a diarchie arroganti?




