Ossignora mia, mi si è allargato il fossato atlantico, ed è tutta colpa dell’orco col toupet, strillano gli atlantisti dell’ultima mezz’ora, quelli che rivendicano un’Alleanza in cui non hanno mai creduto contro il presidente degli Stati Uniti, ossimori viventi. Certo che l’Oceano si sta ampliando a dismisura, certo che i rapporti sono al minimo sindacale (il governo italiano, vi piaccia o no, è una lodevole eccezione), ma è un dramma da collocare nella prospettiva della Storia, non un pretesto per attizzare la cronachetta anti-trumpiana di giornata.
Dice il Wall Street Journal che l’amministrazione Usa sta valutando un piano di trasferimento delle truppe da quei Paesi che hanno mostrato scetticismo o perfino fattuale opposizione alla guerra contro la tirannia degli ayatollah (Spagna e Germania in primis) ai membri che viceversa si sono mostrati più solidali e collaborativi.
La collaborazione richiesta verteva essenzialmente sul libero utilizzo delle basi, sulla concessione dello spazio aereo e sulla disponibilità a una pressione diplomatico-militare per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Diciamo pure l’abc, se fai parte di un’Alleanza su cui hai oggettivamente costruito il tuo benessere. Eppure, in troppi casi le richieste americane sono state frustrate. «Ho percepito la delusione del presidente», ha detto ieri il Segretario Generale della Nato Mark Rutte al termine dell’incontro nello Studio Ovale.
Ma il problema non è lo stato emotivo di Trump, il problema è uno squilibrio strutturale che sta ormai deflagrando in tutta la sua insostenibilità, come ha riconosciuto lo stesso Rutte: «Dopo la fine della Guerra Fredda alcuni alleati dell’Europa occidentale hanno sviluppato una malsana co-dipendenza, convinti che la pace fosse permanente».
È stata la grande illusione irenista e welfarista del Vecchio Continente, uno dei più riusciti casi di opportunismo tra alleati, se non di “parassitismo” (il primo a introdurre lo slittamento semantico fu il vostro guru Barack Obama, care anime belle), per cui su questa sponda dell’Atlantico ci si poteva dare senza inibizioni alla moltiplicazione della spesa sociale, perché alla difesa ci pensava sempre lui: il contribuente americano. Solo che là, sull’altra sponda, non sono beoti come li abbiamo dipinti noi per quelle otto decadi in cui ci hanno liberato/difeso dal nazifascismo, dal comunismo, dall’islamismo e da qualunque Opa totalitaria sulle nostre libertà. Anzi, il rischio lo avevano chiaro fin da subito. Testi e musica di Dwight Eisenhower, anno 1951: «Se tra 10 anni tutte le truppe americane di stanza in Europa allo scopo di assicurare la difesa nazionale non saranno tornate negli Stati Uniti, allora questo progetto, la Nato, sarà fallito».
Diciotto anni dopo, Richard Nixon effettua un tour diplomatico presentando la sua nuova dottrina: gli alleati devono fornire più truppe e assumere maggiore responsabilità, anche finanziaria, per la propria difesa. In cambio, durante la Guerra del Kippur del 1973 ottenne il diniego da parte di molti Paesi europei al sorvolo o allo scalo degli aerei mandati a sostegno di Israele: corsi e ricorsi.
Perfino un campione dell’occidentalismo come Reagan nel 1987 rivolse dure critiche ai partner, troppo dipendenti dalla protezione militare americana e troppo riluttanti ad impegnarsi economicamente e pure operativamente in aree strategiche come... il Golfo Persico. No, la Storia non la freghi, la Storia è «testimone dei tempi, luce della verità, maestra di vita» (Cicerone). No, l’inquietante piano inclinato su cui sta la sopravvivenza della Nato non è colpa di Trump, non potete, non possiamo cavarcela (ancora) a buon mercato.




