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Il mito della rivoluzione di Mao resiste ancora

Tutti appesi a Trump e Xi Jinpjng. E siccome il primo è più "antipatico" del secondo - lo conoscono poco - ecco i filocinesi. In Italia prosperano
di Francesco Storacevenerdì 15 maggio 2026
Il mito della rivoluzione di Mao resiste ancora

3' di lettura

Tutti appesi a Trump e Xi Jinpjng. E siccome il primo è più antipatico del secondo - lo conoscono poco - ecco i filocinesi. In Italia prosperano. Non sono più quelli di una volta, i militanti orgogliosi una volta con Mosca e l’altra con Pechino; oggi ci sono i loro eredi, a mani giunte per fiutare affari. Però la memoria ci ricorda anche i loro padri. In quegli anni comandava Mao, che rappresentava per l’estremismo nostrano una rivoluzione radicale anti-sistema. Era proprio la Cina l’idolo di chi cercava un’alternativa “pura” sia al capitalismo occidentale sia all’URSS. Ora il sogno si è trasformato in superpotenza globale e non più nell’antico modello rivoluzionario “periferico”. Ma resta quel meccanismo che fa da collante tra ieri e oggi. Resiste quella tendenza a vedere la Cina come contrappeso all’Occidente e questo può portare a minimizzare o giustificare aspetti che solo una certa retorica indulgente potrebbe definire “problematici”. È in una espressione che si comprende facile, antioccidentalismo riflesso.

Sicuramente sarebbe sbagliato semplificare troppo. I maoisti italiani degli anni ’70 erano militanti organizzati e ideologici. Oggi non esiste quasi nulla di paragonabile in termini di massa o struttura: i difensori odierni della Cina lo fanno per ragioni geopolitiche, non ideologiche; oppure per contrapporsi ad America e Nato. O ancora per interessi economici o accademici. Sono quelli che tendono a leggere il mondo in chiave “blocchi” (in nessuno di questi - ahinoi - conta qualcosa l’Europa). Accanto, prosperano pezzi della sinistra radicale, ambienti pacifisti radicali, alcune reti “no Nato”. Con un atteggiamento tipico: più che elogiare la Cina, criticano l’Occidente. E Pechino diventa “il male minore”. Chi tende a difendere la Cina - in Italia come altrove - usa spesso alcuni schemi ricorrenti. «E però l’Occidente...» spostando il discorso sugli errori degli Usa e della Nato.

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«La Cina funziona meglio», e si sprecano esempi su infrastrutture, crescita economica, efficienza dello Stato. Come allora si realizza il mito da proporre. «Non possiamo giudicare con i nostri valori», per affermare un relativismo che sia culturale e politico. Le libertà, i diritti umani, sono pagina da nascondere. «Le critiche sono propaganda» per decretare sfiducia verso i nostri media. È così che si presenta il parallelismo con gli anni ‘70. Ieri Maoisti tout court con l’idealizzazione di un modello lontano; un’informazione limitata o filtrata; e una immancabile e forte carica ideologica. Oggi quella carica ideologica viene meno ma non è distante una dinamica psicologica simile: usare un “altro sistema” per criticare il proprio. In fondo, quante volte usiamo l’espressione benaltrismo?

«Se il mio sistema mi delude, guardo altrove». Ieri con la spranga in mano, oggi col computer. Certamente non è la stessa cosa, perché sarebbe un eccesso di semplificazione. Oggi non è più il tempo del dito verso l’Est lontano, non c’è più - da noi - l’organizzazione rivoluzionaria di allora, non si studia nemmeno il pensiero ideologico. Era quello il tempo della militanza con le sue derive radicali. Oggi più fluidità persino nell’opzione politica e non certo appartenenza. Che deriva anche dal ruolo di quei social che hanno sconvolto il nostro modo di pensare, decidere, agire. Perché la narrativa su quel mondo lontano vive di algoritmi, video brevi e contenuti semplificati. La differenza? Ieri libri, sezioni di partito, incontri fisici. Oggi c’è più polarizzazione ma meno approfondimento. Il risultato è un minestrone fatto di tifo geopolitico.

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