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Tra Usa e Cina tanti affari e diplomazia di facciata

I leader hanno parlato di dazi, chip, petrolio, prodotti agricoli, Taiwan e Iran e scelgono una "stabilità strategica costruttiva"
di Costanza Cavallisabato 16 maggio 2026
Tra Usa e Cina tanti affari e diplomazia di facciata

4' di lettura

Prima di salire a bordo dell’Air Force One, venerdì pomeriggio, Donald Trump si è fermato a stringere la mano a ogni funzionario cinese che ha incrociato. Poi s’è messo sull’attenti davanti agli studenti danzanti vestiti di bianco che sventolavano le bandiere e ha alzato il pugno. In cima alla scalinata si è fermato di nuovo, si è girato e ha mormorato ancora qualche «grazie» al Paese che lo ha ospitato per 42 ore. La lista della spesa delle due superpotenze è stata spuntata solo parzialmente. Sono stati tre i temi in agenda: economia, Taiwan, Iran.

ECONOMIA
Dopo la guerra commerciale dell’anno scorso - dazi Usa fino al 145%, ritorsioni cinesi sulle terre rare- entrambi i leader hanno scelto la stabilizzazione tattica. Trump torna a casa con un accordo per la vendita di duecento aerei Boeing («di quelli grossi», ha detto): l’industria aerospaziale di aspettava di venderne di più, ma Pechino ha quantomeno interrotto il digiuno di grandi acquisti che durava dal 2017.
E, fondamentale in vista delle elezioni di metà mandato, ha ottenuto l’impegno di Pechino a massicci acquisti di prodotti agricoli americani (in particolare la soia). Xi è riuscito a fermare l’escalation dei dazi che minacciava i mercati. I team economici dei due Paesi lavoreranno per espandere gli scambi nel quadro di una riduzione reciproca delle gabelle, ha infatti dichiarato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi: verranno istituiti un consiglio per il commercio e uno per gli investimenti. La tregua tariffaria di Busan regge al 10% reciproco, ma scade a novembre 2026, e la scadenza è americana, non cinese.
Sui microprocessori avanzati, Washington passerà dal divieto totale alla valutazione caso per caso: le grandi aziende tecnologiche americane premevano per non perdere il mercato cinese. Le terre rare restano congelate come leva futura. Il compromesso su TikTok diventerà il modello per le dispute: la piattaforma cinese più diffusa al mondo resterà operativa negli Stati Uniti, con il controllo dei dati in mano americana.


Sull’intelligenza artificiale, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato l’apertura di un canale formale: un protocollo per impedire che i modelli più avanzati finiscano nelle mani di attori non statali. «Le due superpotenze dell’Ia inizieranno a dialogare», ha detto, aggiungendo che la disponibilità americana esiste perché «i cinesi sono sostanzialmente indietro rispetto a noi». Sul petrolio, il segretario all’Energia Chris Wright ha preannunciato flussi crescenti verso la Cina, mentre Trump sta valutando di revocare le sanzioni sulle aziende cinesi che comprano petrolio iraniano. È il pragmatismo “business-first” che entrambi avevano bisogno di esibire: Trump verso l’elettorato, Xi verso il Partito.

TAIWAN
Xi ha pronunciato la frase più carica del vertice: «Taiwan è il tema più importante nelle relazioni Cina-Usa. Se gestita male, le due nazioni potrebbero entrare in un conflitto aperto». È un avvertimento al mondo, ma contiene anche la misura del vincolo cinese: un conflitto su Taiwan azzererebbe il progetto di Xi (non esiste modernizzazione senza stabilità esterna). Per questo, il leader del Dragone minaccia e non agisce. Il Congresso americano e tutte le amministrazioni dai tempi di Eisenhower in poi hanno sempre considerato Taiwan un baluardo necessario contro le ambizioni egemoniche di Pechino. Washington ha già approvato un pacchetto di armi da 11miliardi di dollari; un secondo da 14 è in attesa di conferma del Congresso.
Trump non ha detto se difenderebbe l’isola: «C’è solo una persona che lo sa. Io», ha detto ai giornalisti. Il più chiaro è stato il Segretario di Stato Marco Rubio: la politica su Taiwan è rimasta «invariata». La Casa Bianca usa l’incertezza come strumento.

IRAN E HORMUZ
Il contesto non è rassicurante: l’intelligence americana ha rilevato che Pechino valuta di spedire missili terra-aria a Teheran via Paesi terzi, mossa che Trump ha minacciato di contrastare con dazi del 50%.
Le aziende cinesi continuano intanto a vendere a Teheran tecnologie a duplice uso, sfruttandone l’ambiguità: sono formalmente lecite, ma utili sul piano bellico. Xi ha però garantito che la Cina non fornirà equipaggiamento militare agli ayatollah. Wang Yi ha dichiarato che Pechino «si batte per la rapida riapertura dello Stretto» e che «la porta del dialogo non va richiusa». La Casa Bianca ha ottenuto nero su bianco che «l’Iran non dovrà mai avere un’arma nucleare». Ma alla domanda se avesse chiesto favori al presidente cinese, Trump ha risposto: «Quando si chiedono favori, bisogna ricambiarli», a dire che gli Usa sapranno fare da soli ma che hanno ottenuto la disponibilità di Pechino a usare la sua influenza diplomatica per convincere la leadership iraniana a negoziare una de-escalation e a riaprire lo Stretto di Hormuz.


Wang Yi ha annunciato che Xi visiterà gli Stati Uniti il 24 settembre: sarà il quarto incontro del’anno, dopo l'Apec a Shenzhen e il G20 a Miami. Questo summit non ha prodotto un grande accordo storico- le diffidenze strutturali rimangono ma ha sancito la nascita di un regime di rivalità gestita. Trump con Boeing, soia e l’aiuto cinese su Hormuz sotto braccio; e Xi con il respiro economico che cercava e qualche rassicurazione su Taipei. Chi aveva previsto che i nodi più difficili sarebbero stati rimandati aveva visto giusto. Rimandare, in questa relazione – che è «la più importante al mondo», ha detto Xi - non è un fallimento. È la struttura.