«Adesso come adesso l’immortalità non esiste, al massimo uno può riuscire a vivere un po’ di più». Paolo Vezzoni è uno di quegli scienziati d’altri tempi: preciso, metodico, con un curriculum che parla per lui (tra le altre cose è stato vicedirettore del progetto Genoma umano del Cnr diretto dal premio Nobel Renato Dulbecco), epperò allo stesso tempo capace di spiegare materie complicatissime come la genetica a chiunque. «Guardi, glielo dico subito: Vladimir Putin non farà in tempo a diventare immortale».
Per fortuna. Professor Vezzoni, a che punto è la ricerca su questo tema?
«Partiamo da un dato di fatto che possiamo constatare tutti: oramai si vive più a lungo e questa tendenza si sta verificando già da parecchi anni».
Ma è merito della medicina?
«Questo è il punto. Si ricorda Ivan Illich? Lo diceva già cinquant’anni fa che ciò che ha cambiato la vita dell’uomo è stato il miglioramento economico. Se mangi meglio, se non patisci il freddo, se vai in pensione e non ti massacri con lavori di fatica è probabile che viva di più. Dopodiché, sul fronte medico, c’è la terapia genica che ora va molto di moda: tenga però presente che è in ballo da almeno trent’anni e ha prodotto risultati lentissimi».
Un attimo, cosa intende per “terapia genica”?
«Tecnicamente è la pratica che studia come inserire geni nuovi nel genoma delle persone oppure, addirittura, come modificare quelli che già ci sono e magari danno qualche problema, come nel caso delle patologie. Queste cose si fanno dagli anni Ottanta, ma l’idea di diventare immortali attraverso questa pratica, al momento, glielo garantisco, è fantascientifica e lo è per una ragione banalissima: non abbiamo ancora la più pallida idea su quali geni intervenire».
E i farmaci?
«Quali, quelli per esempio che promettono di prevenire patologie come l’Alzheimer? Per carità, non esistono. L’unica cosa che, a livello sperimentale, è uscita è che, secondo alcuni, nel sangue dei giovani ci sarebbero dei fattori che potrebbero, una volta trasfusi in un soggetto più anziano ringiovanirgli un po’ le cellule. Però sa che le dico?».
Cosa?
«L’organismo umano è una cosa terribilmente delicata, quando si va a modificare il suo equilibrio bisogna essere sicuri di quel che si sta facendo per non incappare in pasticci».
Tuttavia sa, il mito dell’immortalità ha un suo fascino, magari più filosofico che medico. L’hanno avuto in tanti, Putin è solo l’ultimo della lista...
«Certo. La conosce la leggenda dell’esercito di terracotta? L’imperatore cinese che lo fece costruire, era circa il 200 aC, mandò i suoi cavalieri da un eremita che custodiva il segreto dell’immortalità, ma quando arrivarono loro lo trovarono morto. Il re li fece anche uccidere per il fallimento. Il sogno della vita eterna è nella natura umana, ma le possibilità che adesso, ora, con quel che sappiamo, fermo restando che la scienza di tanto in tanto ci sorprende, si realizzi mi sembra estremamente bassa. Dopodiché glielo ripeto, ciò non toglie che Putin possa migliorare la sua esistenza usando metodi non tradizionali, però scongiurare la morte lo escluderei. Magari tra venti, trent’anni chissà possa succedere qualcosa di davvero nuovo». Senta, e invece per i trapianti? C’è chi ipotizza che continuando a sostituire gli organi che “si guastano” si possa restare in vita per sempre...
«Non è così semplice. Oddio, è vero che si sta studiando a fondo come produrre organi artificiali, però vede: se si riuscirà a trovare il modo di creare il rene perfetto e allora sì, per chi soffre di insufficienze renali l’aumento della vita sarà considerevole; ma questo non è esattamente diventare immortali. È, semmai, aggiustare i danni delle malattie».
Chiarissimo. La clonazione è una strada percorribile?
«Aspetti, su questo ho scritto un libro. È chiaro a tutti nella comunità scientifica che ogni individuo clonato è un altro individuo, né più né meno come due gemelli che sono diversi anche se apparentemente uguali e, infatti, se li metti in ambienti differenti si sviluppano in maniera differente. Per tornare a Putin, se oggi avessimo un suo clone questo avrebbe sicuramente uno sviluppo diverso dall’originale. Non si può parlare di immortalità neanche qui, ecco».
Per il vissuto, i ricordi, la mente, il cervello?
«Un trapianto di cervello, allo stato attuale, è al di là dell’immaginabile, così come lo è l’ipotesi di trasferirlo su un “dischetto”. Per adesso queste sono tutte fantasie, anche accattivanti non lo nego, ma al massimo metafore. E tenga presente che non sono solo i russi che stanno lavorando a questo».
In che senso?
«Ci sono anche gli americani: e anche loro sono alle prese con le stesse difficoltà. Esistono i tentativi per migliorare la vita, come stare attenti al cibo e condurre uno stile di vita sano, muovendosi un po’: ma questa è un’altra faccenda, non è certo l’elisir per la vita eterna».




