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Alessio Casimirri, il Nicaragua rompe con l'Italia per proteggere un brigatista rosso

Alessio Casimirri, sei ergastoli, è libero a Managua: Tajani ne chiede l'estradizione e i sandinisti al governo creano un caso diplomatico
di Tommaso Montesanovenerdì 17 luglio 2026
Alessio Casimirri, il Nicaragua rompe con l'Italia per proteggere un brigatista rosso

3' di lettura

La prima segnalazione della presenza in Nicaragua di Alessio Casimirri, nome di battaglia Camillo, risale al dicembre 1982. La prima richiesta di estradizione presentata dall’Italia a Managua è del 24 settembre 1988. Rigettata. Roma insisterà per altre quattro volte. E per altre quattro volte il regime sandinista opporrà un rifiuto. Casimirri, condannato in via definitiva all’ergastolo in Italia dalla corte d’assise di Roma per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, la strage di via Mario Fani e altri quattro omicidi (i magistrati Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione, gli agenti di polizia Antonio Mea e Pierino Ollanu), non ha mai passato un giorno in carcere per le conseguenze della sua militanza nelle Brigate Rosse.

A Managua, protetto dal governo locale del “guerrigliero” Daniel Ortega, si è dedicato alla ristorazione - “Magica Roma” e “La Cueva del Buzo”, il “covo del sub”, sarebbero le strutture a lui riconducibili: specialità pesce - e alla pesca subacquea. Lì ha trovato anche una nuova moglie - una cittadina nicaraguense - dopo la separazione da Rita Algranati, pure lei ex militante delle Br: è la donna che agitando un mazzo di fiori la mattina della strage di via Mario Fani segnalerà al commando l’arrivo della colonna di auto su cui viaggia Moro.

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CITTADINO
Per blindarsi ulteriormente, Camillo nel 1988 - l’anno della sua condanna all’ergastolo - ha chiesto e ottenuto la cittadinanza nicaraguense rinunciando a quella italiana. Sarà la sua polizza sulla vita: proprio in virtù del suo status di cittadino del Nicaragua, le autorità di Managua - con le quali Roma non ha in vigore alcun accordo in materia di cooperazione giudiziaria a livello penale - sbatteranno la porta in faccia all’Italia. Secondo l’articolo 43 della Costituzione entrata in vigore nel 1995, infatti, il Paese centroamericano non consegna in estradizione i suoi cittadini.

Ha pensato a tutto questo Antonio Tajani quando due giorni fa ha preso la parola a Madrid nel forum Libertas, del Partito popolare europeo, ricordando la figura di Moro. Perché è «inaccettabile», ha ricordato il nostro ministro degli Esteri, che uno dei carnefici dello statista della Democrazia cristiana viva, ancora, «liberamente in Nicaragua». Di fronte ai «fratelli latinoamericani», il capo della Farnesina ha ribadito che «il governo italiano non dimentica le vittime del terrorismo e continua a chiedere che chi si è reso responsabile di gravissimi delitti nei confronti dello Stato e di cittadini italiani risponda delle proprie responsabilità. Ciò vale anche per Casimirri, pericoloso brigatista a cui il Nicaragua continua a fare asilo». Parole durissime, di fatto il preannuncio dell’avvio di una nuova richiesta di estradizione per Camillo a cui Managua ha reagito notificando alla Farnesina l’intenzione di rompere le relazioni diplomatiche a causa delle dichiarazioni «ingiustificate, aggressive e irresponsabili» di Tajani. «Il problema sono loro, non siamo noi», la replica del vicepremier italiano.

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LATITANTE
Un livello di scontro mai così alto in 43 anni di caccia al latitante Casimirri, che ad agosto compirà 75 anni. «L’Italia continuerà a chiedere che risponda davanti alla giustizia italiana per i reati di cui è riconosciuto colpevole», ha aggiunto Tajani. Il ministro degli Esteri ha ricordato che sul caso si era espresso anche il Parlamento europeo, che in una risoluzione dell’8 luglio 2021 sulla situazione in Nicaragua aveva chiesto «di concedere l’immediata estradizione in Italia» di Casimirri, «che continua a vivere a Managua sotto la protezione del governo nicaraguense e che deve scontare in Italia sei ergastoli».

Nel 2004, intervistato dal periodico locale El Nuevo Mundo, l’ex brigatista ha negato di aver preso parte all’agguato del 16 marzo 1978: «Mi trovavo in un centro di educazione fisica e riabilitazione per portatori di handicap dove tenevo regolari lezioni». Per la giustizia italiana, invece, Casimirri c’era eccome in via Fani: insieme al compagno Otello, al secolo Alvaro Lojacono, è lui che a bordo della Fiat 128 bianca chiude il campo di fuoco bloccando l’accesso alla strada dove avverrà l’agguato al convoglio di Moro.

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