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La versione di Sanchez smontata da Madrid

La popolarità del premier è ai minimi anche nella diplomazia iberica. Da dove esce la lunga lista delle sue colpe e omissioni nell’invasione di marocchini
di Fausto Cariotivenerdì 14 agosto 2026
La versione di Sanchez smontata da Madrid

4' di lettura

A differenza di quanto accade nella sinistra italiana, negli ambienti diplomatici spagnoli la popolarità di Pedro Sánchez è ai minimi storici. Da lì ora iniziano a filtrare ricostruzioni dettagliate sull’invasione di Ceuta, le sue cause, le colpe e le omissioni dell’esecutivo. Fatti finora tenuti nascosti, che smontano pezzo per pezzo la versione ufficiale fornita dal governo di Madrid. Fonti di questi ambienti citano documenti ed episodi che dimostrano che l’assalto di massa alla frontiera era prevedibile e che il premier socialista - sebbene avvisato - non fece nulla per impedirlo, pur avendone il tempo.

Il 14 aprile Madrid aveva varato una regolarizzazione straordinaria degli immigrati irregolari, conclusa il 30 giugno con 1.174.978 domande: oltre il doppio di quanto il governo avesse stimato all’inizio. Il messaggio che era passato in Marocco era molto semplice: «La Spagna sta regolarizzando più di un milione di persone».
Il 29 giugno il Tribunal Supremo de España - l’equivalente della Corte di Cassazione italiana - ha emesso una sentenza sugli ingressi a Ceuta e Melilla: stabilisce che chi vi entra a nuoto, non varcando un elemento fisico di contenimento posto alla frontiera, non può essere sottoposto automaticamente al regime eccezionale di respingimento. La stessa pronuncia, però, avvertono le fonti, ha indicato al governo la strada per ripristinare subito il controllo del confine: installare barriere in mare. La soluzione, anche dal punto di vista giuridico, sarebbe quindi stata semplice, ma Sánchez non l’ha adottata. Tra la decisione del tribunale e l’assalto sono trascorsi 31 giorni, durante i quali l’esecutivo è rimasto inerte.

Nel frattempo, sui social network in arabo e in darija (l’arabo particolare che si parla in Marocco) circolavano mappe, orari e istruzioni per raggiungere Ceuta. I servizi d’intelligence di Madrid avevano segnalato un afflusso anomalo di autobus verso Castillejos. Era un altro segnale d’allarme: Castillejos è la città marocchina che si trova a ridosso del confine con Ceuta, di fatto il punto di accesso all’enclave spagnola. Nonostante tutto questo, nessuna barriera è stata installata e nessun piano per affrontare una crisi che appariva probabile è stato approvato. Solo dopo la tragedia il governo di Madrid ha proposto quelle barriere marittime che aveva ignorato per un mese. Il seguito dell’invasione di Ceuta viene descritto come una catena di errori ancora più gravi. Primo. Il governo ha respinto le richieste di dichiarare lo stato di emergenza nazionale avanzate dal presidente di Ceuta e dalla stessa assemblea locale, compresi gli eletti del Partito socialista. Una scelta politica, evidenziano le stesse fonti: se Sánchez avesse accettato, avrebbe reso ufficiale l’esistenza di una crisi, e dunque l’incapacità del suo governo di prevenirla.

Lui e i suoi ministri hanno scelto invece la strada della negazione. Secondo. I primi rinforzi sono arrivati in ritardo ed erano nettamente insufficienti. Appena poche decine di uomini: un numero irrisorio rispetto alle decine di migliaia di persone che erano entrate. Terzo. Sánchez ha rifiutato l’aiuto offerto da Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere. Un’altra decisione politica, presa per impedire una valutazione esterna del modo - evidentemente disastroso in cui Madrid controlla quel confine. Quarto. La totale disorganizzazione nel tenere il conto del numero di coloro che erano entrati, e nel comunicarlo. Le cifre diffuse vanno dai circa 40mila indicati da Rabat ai 60-72mila di alcune stime giornalistiche, passando per i 49-50mila di fonti governative spagnole discordanti tra loro. Non esiste nemmeno un conteggio certo dei morti e dei clandestini rimasti a Ceuta.

Riguarda proprio questo punto uno degli episodi più rivelatori della condotta del governo: la responsabile della comunicazione del Dipartimento di sicurezza nazionale, che aveva diffuso un’allerta con la cifra di oltre 49mila ingressi in 24 ore, è stata licenziata subito dopo la pubblicazione del dato (che sarebbe stato confermato, di fatto, dal ministero dell’Interno nei giorni successivi). L’unica persona a perdere il posto è stata quella funzionaria, che aveva fatto il proprio mestiere. Lo stesso dipartimento, viene spiegato, ha smesso di aggiornare i propri canali dopo questo licenziamento, creando ulteriore caos informativo e un problema istituzionale. A tutto ciò si aggiunge l’incapacità nel gestire i minori non accompagnati. Quelli identificati sarebbero 528, a fronte di appena 29 posti di accoglienza disponibili: un’emergenza nell’emergenza che ha segnato un altro fallimento del governo.

Le stesse fonti contestano la reazione di Sánchez e del ministro degli Esteri José Manuel Albares contro l’Italia: dinanzi a ciò che è accaduto, Roma aveva il diritto di reintrodurre temporaneamente i controlli ai confini interni dello spazio Schengen. Un imbarazzo diplomatico reso ancora più grave dal fatto che Madrid ha convocato l’ambasciatore italiano per protestare contro il governo Meloni, ma non ha fatto lo stesso con l’ambasciatore del Marocco. Per gli ambienti diplomatici che hanno messo sotto la lente l’operato di Sánchez è una scelta che si può spiegare solo con la logica politica che ha caratterizzato tutto l’approccio del premier alla vicenda: dal 14 aprile, quando approvò una regolarizzazione degli immigrati irregolari senza preoccuparsi dell’“effetto richiamo” che avrebbe avuto in Marocco, sino alle ultime ore.