Nel luglio del 1995, Ratko Mladic aveva cinquantatré anni quando entrò a Srebrenica alla testa delle sue truppe, si fece filmare fra le case della città appena conquistata e promise ai suoi uomini che quella terra sarebbe stata un regalo per il popolo serbo. Nei giorni successivi oltre ottomila musulmani bosniaci, quasi tutti uomini e ragazzi, furono uccisi. Nei quattro anni precedenti, dai monti intorno a Sarajevo, i suoi cecchini e i suoi cannoni avevano già colpito case, mercati, tram, ospedali: un assedio pensato per piegare una città intera. Mladic non era un pazzo: era il generale di una causa nazionale, quella di una Grande Serbia capace di non avere più paura di nessuno. Ma quella patria non vide la luce. La Bosnia restò Bosnia, la Republika Srpska rimase una sua metà inquieta e irrisolta, Belgrado uscì dalle guerre degli anni Novanta più povera e più sola. Quando la Serbia ebbe bisogno di tornare nel mondo, il prezzo fu consegnare Mladic: arrestato nel 2011 dopo sedici anni di latitanza, processo all’Aia, ergastolo nel 2017 confermato in appello nel 2021. Il generale che si credeva padre della patria è morto il 27 agosto scorso, a ottantaquattro anni. Per la sua gente resta un simbolo di resistenza. Ma anche l’ennesimo emblema della eterna sconfitta dei serbi.
*** Nel maggio del 2004, Ramzan Kadyrov aveva ventisette anni quando suo padre Akhmat — il muftì dei ribelli diventato alleato di Mosca — saltò in aria in uno stadio di Groznyj durante la parata del 9 maggio. Ramzan, capo delle guardie presidenziali, ereditò la Cecenia come un feudo. Ma non scelse la secessione, bensì l’obbedienza. Non una Cecenia libera, ma una Cecenia ricostruita, fedele al Cremlino, islamica quanto basta, russa quanto occorre. Putin lo incoronò presidente nel 2007. Da allora Groznyj è rinata: grattacieli, moschee, viali puliti, il suo ritratto ovunque. Il padrone della Cecenia si è buttato nel business del calcio: ha assoldato Gullit come allenatore per licenziarlo dopo cinque mesi. Ha invitato Maradona e altre stelle a esibirsi a Grozny. Quando scoppia la guerra in Ucraina, il contingente ceceno è la punta di diamante delle forze russe: combattono spesso contro altri ceceni ribelli. Intanto le organizzazioni per i diritti umani documentano sequestri, torture, sparizioni, esecuzioni extragiudiziali. La differenza fra Mladic e Kadyrov in sostanza è quella fra Serbia e Russia: quello che la prima non è riuscita a realizzare a causa dell’intervento occidentale, la seconda lo sta facendo: ricostruire l’impero.




