Le pellicole contro Israele sembrano diventate un genere cinematografico, come western e cinepanettone. Dopo “La voce di Hind Rajab” e altri simili (l’iraniano “Prendi in mano l’anima e cammina”, il premio Oscar “No Other Land”) le sale italiane si riempiono per “Naza”. E già si annuncia un nuovo titolo contro Netanyahu: “The Bibi Files”. Finora mi ero tenuto alla larga da questo filone ritenendolo pura propaganda; ma per “Naza” ho fatto una eccezione e non me ne pento. Al netto della noia, è un film interessante. “Naza” è opera degli autori di “No Other Land”, Yuval Abraham e Rachel Szor, e il titolo è un acronimo militare israeliano che significa «danno collaterale». Al centro ci sono le testimonianze anonime di 24 tra ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani, intervistati di notte sui tetti di Tel Aviv. I testimoni descrivono i meccanismi con cui verrebbero colpiti i palestinesi a Gaza, tra cui l’uso dell’intelligenza artificiale e della sorveglianza di massa per scegliere gli obiettivi. La tesi di Abraham è che l’obiettivo principale dei bombardamenti israeliani sia la casa di famiglia. Ogni edificio di Gaza ha un numero; i sospetti terroristi vengono intercettati tramite i telefoni dei loro figli e mogli. Poi l’obiettivo viene eliminato dai droni. Con lui (a volte senza di lui) muoiono anche i familiari. Il film riprende una serie di inchieste del Guardian, che lo ha coprodotto, e della rivista israeliana +972. Alla domanda se si tratti di genocidio, due testimoni usano espressamente questa parola. Le Forze di difesa di Israele e il governo Netanyahu contestano duramente Abraham e Szor.
La prima osservazione dopo aver visto il film doppiato in italiano (doppiaggio che sembra aggiungere un effetto di disumanizzazione particolarmente forte) è che il documentario si segnala per quello che non c’è. Non solo perché Gaza si vede solo nelle strazianti scene finali, ma soprattutto in quanto mancano gli ostaggi. Se ne parla un po’, come si parla del 7 ottobre, nei termini dell’odio antiarabo e del sentimento di vendetta che l’attacco ha fomentato nella popolazione israeliana. Che ci fossero 251 ostaggi da salvare a Gaza non c’è traccia nel film. Ai testimoni non viene fatta nemmeno la domanda sulla sorte delle 83 persone uccise durante la prigionia. Hamas ha sempre incolpato i bombardamenti israeliani per quelle morti però l’intervistatore non chiede nulla in merito alle sue fonti.
La seconda osservazione è più dura: cosa ci si aspettava che fosse una guerra a Gaza?
Cioè condotta in un ambiente urbano di 365 km2, abitata da più di due milioni di persone e con una densità di 5.900 abitanti per chilometro quadrato, una delle maggiori al mondo? Hamas ha scelto quel terreno di scontro e gli abitanti della Striscia non sono un particolare secondario della strategia di Yahya Sinwar. «Non ho mai visto scudi umani», dice uno degli intervistati. Ma da cosa si distingue uno scudo umano? È un tizio legato come un salame sopra un barile di polvere da sparo come in un fumetto? Cosa erano i 251 ostaggi se non scudi umani? E i due milioni di abitanti? E le famiglie presso cui i capi e i miliziani di Hamas tornavano a dormire? Ci sono solo tre modi per affrontare una guerra a Gaza: 1) Non far nulla e arrendersi ad Hamas. 2) Radere tutto al suolo, come fecero gli Alleati a Dresda, Amburgo, Hiroshima, Nagasaki. Oppure 3) Una via di mezzo, come fa Israele. È questo in sostanza quanto dice John Spencer, ex maggiore statunitense e studioso del combattimento urbano, che ha smontato le “rivelazioni” del film. Ogni singolo elemento presentato ad arte sembra terrorismo di stato, ma messi insieme i pezzi rientrano in una strategia inevitabile in quel terreno di scontro. Il resto è la guerra, eternamente esaltante e disgustosa.




