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L'Arabia Saudita "mediatrice" mette il becco in tutti i conflitti

Le aspirazioni da potenza regionale di Riad si scontrano con l’appoggio a gruppi di estremisti in Sudan, in Eritrea, nello Yemen e in Somalia
di Andrea Morigimartedì 3 novembre 2026
L'Arabia Saudita "mediatrice" mette il becco in tutti i conflitti

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I vecchi sogni di egemonia non muoiono mai e, pur di allargare la propria sfera d’influenza, l’Arabia Saudita utilizza finché è possibile il soft power, salvo poi ricorrere alla forza militare quando lo ritiene praticabile e conveniente. Ambisce al ruolo di potenza regionale mentre nei conflitti in Africa e in Medio Oriente si presenta come mediatore, anche se in realtà finisce sempre a parteggiare per l’uno o l’altro dei belligeranti.

Succede in Sudan, dove Riad formalmente ha sostenuto i colloqui di pace del 2023 fra le forze armate di Khartoum e le Forze d’Intervento Rapido, schierandosi infine con il presidente del Consiglio di Transizione Abdel-Fattah Al Burhan.

Una presa di posizione molto concreta, finalizzata a una fornitura di armi, aerei, droni e sistemi di difesa, del valore di 1,5 milioni di dollari, secondo quanto rivelato dall’agenzia Reuters nel gennaio scorso. L’affare, poi, era saltato nel mese di aprile a causa del rifiuto da parte del Pakistan, il Paese venditore, di proseguire la trattativa. E Al Burhan era andato direttamente dal principe ereditario Mohammed bin Salman per chiedere spiegazioni e ottenere soddisfazione. Il Sudan campo di battaglia per le interferenze straniere, titola uno studio della European Foundation for Democracy, che descrive a fondo quali siano le implicazioni del conflitto per la sicurezza delle rotte commerciali nel Mar Rosso e, quindi, anche per gli interessi europei.

Similmente, è la stessa ambiguità dimostrata nello Yemen, dove i sauditi guidano dal 2015 una coalizione militare, conducono operazioni belliche, sostengono le forze governative e gruppi armati locali contro i ribelli Huthi. Solo che, a sorpresa, fra gli alleati di Riad compare anche il partito Islah, legato ai Fratelli Musulmani e rivale storico dei wahhabiti. Da oltre un decennio il Carnegie Endowment for International Peace ha portato alla luce il patto scellerato, nato allo scopo di condurre il «jihad contro il comunismo» e poi degenerato.

Sempre contrario alla posizione dell’Occidente - e strettamente connesso alla guerra nello Yemen - è il legame sviluppato fra l’Arabia Saudita e l’Eritrea, che contende all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso, anche con incursioni di forze ribelli. Eppure nel 2018 Riad si era fatta garante dell’accordo di pace fra i due Paesi.

Il cerchio si chiude nel Corno d’Africa. I sauditi si oppongono al riconoscimento del Somaliland da parte di Israele e si schierano con il governo di Mogadiscio, firmando nel febbraio 2026 un patto di cooperazione militare con la Somalia. La neutralità di facciata di Riad si rivela per quello che è realmente: un espediente che ha lo scopo di rafforzare la propria presenza militare sulla costa africana.