Stavolta non ci sono complotti, né brogli. Nella débâcle di Trump c’è solo una lunga metodica autodistruzione costruita in 10 errori.
1 L’idea di partenza era elementare: tassiamo il resto del mondo così gli altri pagano e noi ci arricchiamo. Peccato che l’economia reale non funzioni come un comizio. Due istituti diversi, Cato e Kiel, hanno calcolato che tra il 92 e il 96% del costo dei dazi è stato scaricato direttamente sui consumatori e sulle imprese americane. Solo una frazione minima è stata assorbita dagli esportatori stranieri. Tradotto nelle tasche degli americani significa mille dollari di spesa in più a famiglia nel 2025, milleduecento nel 2026. Per non parlare delle fabbriche chiuse e dei posti di lavoro persi.
2 Aveva vinto promettendo basta guerre infinite per cambiare regime a gente che non ci interessa. Poi è partita l’operazione sull’Iran. I primi tre giorni funzionano: obiettivi centrati, difese aeree neutralizzate. Poi la trappola. L’Iran non è un piccolo Stato caraibico, è un Paese di un milione e 650mila chilometri quadrati, con catene montuose oltre i quattromila metri, città missilistiche sotterranee e una dottrina di difesa autonoma decennale. Elimini la guida suprema e ti ritrovi il figlio più estremista al suo posto. Quattrocentoquaranta chili di uranio restano nascosti, lo Stretto di Hormuz viene chiuso, la benzina passa da poco meno di 3 dollari a oltre 4,30, con punte di 5. Per le famiglie americane significa duemila dollari l’anno in più di energia.
3 Regola base di gestione: se ti circondi di gente che ti dice sempre di sì, vai a sbattere. Per la guerra in Iran sono stati cacciati Jeffrey Kruse, capo dell’intelligence militare, reo di aver detto che il danno al nucleare iraniano era limitato. Così come il generale Randy George, capo di stato maggiore dell'esercito, perché aveva avvertito che le scorte di missili stavano finendo. E così pure il generale Charles Brown, presidente dei capi di stato maggiore riuniti, il generale Christopher Donahue, comandante delle forze americane in Europa e Africa, il generale Brett Sylvia, capo pianificatore del Pentagono. Chi è rimasto? Hegseth, l’ideatore di quella guerra. Ha detto bene il New York Post: nel primo mandato saltavano le teste di chi sbagliava, adesso salta chi porta brutte notizie.
4 Canada, Messico. Unione Europea, Regno Unito. Tutti trattati come avversari, economici e strategici. Putin invece è un amicone e la Nato si sarebbe salvata solo per intercessione di Erdogan. E poi dazi al 25% a chi fornisce agli Stati Uniti acciaio, legname e auto, poi escalation al 50% sul Canada a dieci settimane dalle elezioni. Risultato: export canadese dimezzato, ritorsioni a catena. Il caso più emblematico è proprio l’Italia e gli insulti a Giorgia Meloni che era l’unica leader dell’Europa occidentale che lo difendeva apertamente. Risultato? Persi altri pezzi di voto italoamericano in Pennsylvania, New Jersey e Ohio, proprio dove ogni voto contava. Strategia? Non pervenuta.
5 Strettamente correlato al punto precedente c’è la questione della grande isola di proprietà della Danimarca che viene trattata di fatto come un’agenzia immobiliare. La questione si risolve «pacificamente», ma per l’elettore di periferia americano l’interesse di Trump per la Groenlandia ha rappresentato un punto di non ritorno: noi che non arriviamo alla fine del mese che ce ne facciamo della Groenlandia?
6 E qui bisogna fare una piccola digressione. America First non era uno slogan, era un patto: niente più guerre per cambiare regime, niente più globalismo che svuota l’Ohio, niente più soldati morti per nazioni che non ci amano. Trump ha fatto l’esatto contrario: dazi globali che tassano l’Ohio, guerra per cambiare regime in Iran, liti con alleati che servivano per contenere la Cina, un’operazione in Venezuela che per quanto riuscita ha odore di neocon. Per il bene dell’America aveva anche promesso di chiudere la guerra in Ucraina.
7 Aveva in squadra il vicepresidente Vance, convertito al cattolicesimo, e il segretario di Stato Rubio, cattolico praticante. Aveva conquistato una fetta di voto cattolico che i repubblicani non vedevano dai tempi di Reagan. Poi ha deciso di fare a pugni con il Vaticano. L’effetto sul voto è stato immediato e misurabile dove contava. Il voto cattolico non è nazionale, è concentrato. È in Pennsylvania a Scranton e Pittsburgh, è in Michigan a Detroit e Grand Rapids, è in Wisconsin a Milwaukee, è in Ohio, è in New Jersey. Sono gli stessi Stati dove si è giocata la Camera.
8 Ovvero, se vuoi creare incertezza economico finanziaria dai del cretino al governatore. Mentre l’inflazione risaliva per colpa dei suoi dazi e della sua guerra, Trump ha passato mesi a insultare il presidente della banca centrale Jerome Powell perché non tagliava i tassi. I mercati nel panico, il dollaro che si deprezza invece di apprezzarsi, perché gli investitori esteri iniziano a proteggersi dal rischio americano. La fiducia dei consumatori è scesa ai minimi storici degli ultimi settant'anni.
9 Firmato il 4 luglio del 2025 come trofeo, il One Big Beautiful Bill Act contiene oltre mille miliardi di tagli a Medicaid in dieci anni, sette milioni e mezzo di persone in più senza assicurazione, verifiche ogni sei mesi e obbligo di ottanta ore di lavoro o studio al mese. Trump parla di tagli necessari, ma la KFF (Kaiser Family Foundation) dice che i costi sanitari sono diventati la prima preoccupazione economica sopra cibo e casa. Tagli salutari alla salute del contribuente.
10 Sul merito aveva ragione: la sicurezza del confine è l’unico tema in positivo nei sondaggi. Il confine è stato davvero chiuso. Ma invece di venderlo come ordine e legalità, lo ha venduto come uno show con agenti mascherati e famiglie di immigrati separate in diretta. Fox dice che il 53% degli elettori di Trump pensa che si sia andato troppo oltre. L’elettore vuole ordine, non crudeltà in televisione.




