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Ue, una voce per l'Europa davanti alle grandi crisi

L'unica via per rispondere a questo bisogno è trovare basi concrete per affrontare i problemi concreti, e non affidarsi solo alla retorica e alla propaganda
di Ludovico Festavenerdì 16 gennaio 2026
Ue, una voce per l'Europa davanti alle grandi crisi

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È un momento complicato per il mondo: i fiumi del sangue di studenti, ragazze, baza ris che scorrono nelle strade iraniane, sconcertano. Non devono paralizzarci: le tragedie della prima metà del Novecento derivano dall'aver lasciato avvitare le crisi in spirali senza fine. Non mancano notizie meno negative: la tregua a Gaza tiene da ottobre; in Venezuela c'è un orrido dittatore in meno e nelle carceri di New York un narcotrafficante in più; la Cina resiste per adesso alla tentazione di invadere Taiwan; l'impegno europeo contiene nuove invasioni di migranti grazie ad accordi con gli Stati del Nord Africa; i massacri di cristiani in Nigeria trovano risposte decise non solo militari da parte degli Stati Uniti ma morali con le parole di Leone XIV; si tengono abbastanza sotto controllo i focolai di guerra improvvisamente accesi qui e lì sulle scene globali. Resta aperta oltre ai massacri iraniani, però, la devastante guerra russa contro l'Ucraina ed emergono nuove tensioni a partire dal mare Artico, area del pianeta dove si sfideranno sempre di più Occidente e asse russo-cinese.

In questo quadro si manifesta un protagonismo americano, tendenzialmente unilateralista, non di rado accompagnato da comportamenti scomposti. Una certa diffidenza di Washington per l'Europa non è incomprensibile: l'invasione russa in Ucraina è stata preparata anche grazie a una generosa (per Mosca) disattenzione di una Berlino, molta aperta inoltre a traffici con la Cina; Francia e Spagna durante la crisi di Gaza hanno ostacolato con improvvidi riconoscimenti di astratti Stati palestinesi, i rapporti tra Stati Uniti e mondo arabo che comunque poi hanno portato alla tregua; per avere un adeguato impegno degli Stati membri dell'Unione europea, nella Nato, la Casa bianca ha dovuto minacciare fuoco e fiamme. Però certi atteggiamenti americani non solo hanno provocato guasti politici, ma sono il segno di una non piena comprensione della situazione internazionale: a partire dal fatto che un'opzione filocinese che sostituiscesca il tradizionale legame interatlantico non manca di sostenitori, così in Italia con il terzetto Romano Prodi-Massimo D'Alema-Giuseppe Conte, e in Spagna con un Pedro Sanchez i cui relativi successi economici dipendono coerentemente anche dai rapporti con Pechino.

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Più in generale, poi, è sbagliato sottovalutare le risorse tecnologiche dell'asse russo-cinese (Trump l'ha amaramente costatato quando ha dovuto prendere atto del valore strategico del controllo cinese sulle “terre rare”). Nell'Articolo gli Stati Uniti hanno avuto bisogno dell'Europa quando hanno dovuto programmare la costruzione di rompighiaccio per contrastare la prevalenza della flotta russa in questo settore, e si sono dovuti rivolgere alla Finlandia. E infine non solo la guerra russo-ucraina ma anche l'assestamento politico del Medio Oriente – come ha detto lo stesso presidente americano - richiede un ruolo del Vecchio continente. Ma questo ruolo non è semplice, tra divisioni politiche e un sistema di governance farraginoso l'Unione europea tende ad essere sempre un passo indietro rispetto a quello che richiede la situazione. Nel medio periodo è evidente che la Ue non potrà funzionare senza una Costituzione. Ma nel medio periodo molti processi di disgregazione potrebbero aver già dato i loro effetti. Bisogna agire subito.

Come ha spiegato anche Mario Draghi ci si deve concentrare su scelte da assumere rapidamente magari con solo un nucleo (ma coerente e qualificato) degli Stati membri dell'Unione. Proprio con questa ispirazione Giorgia Meloni ha fatto una proposta intelligente: perché non si sceglie un plenipotenziario che, con il mandato almeno delle più grandi nazioni della Ue e dialogando strettamente con Washignton, tratti con Mosca, superando così i mille protagonismi di questi ultimi tempi che alla fine rafforzano Vladimir Putin? A mio avviso questo schema “europeo” e dovrebbe ripetere su altre questioni strategiche. Il bulgaro Nickolay Mladenov che guida oggi il Consiglio per la pace a Gaza, potrebbe diventare anche il referente per l'Unione europea per trattare con la Lega araba la formazione di quella “forza” che deve smilitarizzare e “denazificare” la Striscia e potrebbe avere un ruolo più ampio in tutta l'area mediorientale. E così andrebbe fatto anche per i progetti che mirano a contenere l'egemonismo cinese come il Piano Mattei (perché non dare un ruolo da plenipotenziario a un ex grande ministro degli Esteri tedesco come Joschka Fischer?) e il Corridoio economico India-Medio Oriente-Mediterraneo (perché non usare l'esperienza di un Manuel Valls in questo compito?).

Si consideri pure il tema dell'immigrazione con annesse richieste di asilo: le società europee oggi chiedono di regolarlo, ma a questo fine sono necessarie collaborazioni internazionali del tipo di quella individuata dai laburisti inglesi con l'Uganda. Anche in questo caso affidare tutto al protagonismo dei singoli stati allarga la diffidenza tra Stati membri dell'Unione, mentre l'azione di una sorta di plenipotenziario favorirebbe una soluzione articolata e coordinata. E un “plenipotenziario” europeo (magari un militare) servirebbe per organizzare con Washington la protezione, oggi molto travagliata, di Groenlandia e Artico dall'egemonismo russo-cinese. Oggi c'è più che mai bisogno di Europa, ma l'unica via per rispondere a questo bisogno è trovare basi concrete per affrontare i problemi concreti, e non affidarsi solo alla retorica e alla propaganda.

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