Libero logo

Ue, procedura d'infrazione: che cosa può cambiare per l'Italia

di Sandro Iacomettigiovedì 25 giugno 2026
Ue, procedura d'infrazione: che cosa può cambiare per l'Italia

4' di lettura

La partita sul deficit non è chiusa. Parola di Giancarlo Giorgetti. Ma il possibile intoppo, manco a dirlo, è ancora rappresentato dai costi del Superbonus, che secondo i grillini è stato una manna per il Paese, ma che continua ad azzoppare il lavoro fatto dal governo sul riordino dei conti pubblici. La volata compiuta dal 2022 ad oggi ha del miracoloso. Da un indebitamento dell’8,1% il deficit nel 2025 è sceso al 3,1%, ben 5 punti percentuali sotto, senza adottare politiche di austerity, ma anzi piazzando oltre 20 miliardi sul taglio delle tasse a famiglie e imprese.

Il miracolo non è però bastato a spostare l’Italia dal lato giusto della lavagna. Siamo rimasti nella metà dedicata ai cattivi, quelli che restano sotto la procedura di infrazione per deficit eccessivo. Si è discusso molto sull’esiguità dello sforamento dell’Italia. Il 22 aprile, come spiega l’oSservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli, l’Eurostat ha certificato che il deficit italiano è stato di 69.381 milioni e il Pil di 2.258.049 milioni.

Il rapporto deficit/Pil è così risultato del 3.073%, arrotondato nelle tavole al 3,1%. Di quanto è stato lo sforamento esattamente, rispetto al tetto del 3%? Alcuni hanno indicato che sarebbe stato sufficiente che il deficit scendesse al 3,04% per rispettare il criterio del 3%. Questo perché, nella prassi seguita dalla Commissione Europea, si arrotonda al primo decimale: un 3,04% equivale quindi al 3%.

Superbonus, Giuseppe Conte se lo rimangia: "Non lo rifarei"

Clamoroso. Perfino Giuseppe Conte ha ammesso che se dovesse mai tornare a Palazzo Chigi, non rifarebbe il Superbonus. Pr...

DECIMALI

In realtà, osservano dall’Osservatorio CPI, le regole europee indicano che, per uscire dalla procedura, il deficit deve essere sotto il 3%. Quindi un 3,04% non sarebbe stato sufficiente. Occorreva scendere, anche di pochissimo, sotto il 3%, ossia sotto 67.741 milioni. Abbiamo quindi mancato l’obiettivo di 1.640 milioni.

È possibile che il ricalcolo delle poste di bilancio, considerate anche le valanghe di truffe scoperte in questi mesi sul Superbonus che hanno cancellato le relative spese messe nei conti di finanza pubblica, riesca ad azzerare quegli 1,6 miliardi e farci ritornare nella lista dei buoni? Sempre, ovviamente, parlando in bruxellese, perché lo sforzo fatto dall’Italia sulla riduzione dell’indebitamento è stato assai migliore di quello delle principali economie Ue.

Il ministro dell’Economia è convinto che ci siano «i tempi supplementari». La realtà, ha spiegato Giorgetti alla festa della Verità, «è che il dato finale certificato da Istat e Eurostat sarà determinato credo attorno a metà di settembre. Le probabilità “di una revisione al ribasso” non sono altissime, ma io continuo a coltivare la speranza, anche perché non costa niente coltivare la speranza. Noi abbiamo fiducia in base ai nostri dati e questo potrebbe anche accadere, sì».

Ora, tenendo conto del passo falso già compiuto quando il Mef ventilava spesso la possibilità di uscire dalla procedura già nel 2025, sembra difficile che Giorgetti, la cui parola preferita e più usata è «prudenza», ricaschi una seconda volta nello stesso errore. Tutto può essere, ma il riferimento a settembre è stato utilizzato poche settimane fa anche da un europapavero di cui tutto si può dire tranne che abbia simpatie per l’Italia. «Teoricamente è possibile», ha detto a inizio maggio il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis, confermando che la decisione sarà presa «in autunno sulla base dell'eventuale rivalutazione di Eurostat». Anche se, ha sottolineato, per chiudere la procedura il deficit deve «stabilizzarsi sotto la soglia».

Può sembrare un cavillo (e per certi versi lo è), ma i pochi decimali di deficit che separano l’Italia dai Paesi virtuosi potrebbero fare la differenza in quella che sarà l’ultima manovra di bilancio del governo prima delle elezioni. Uscire dalla procedura di infrazione consentirebbe infatti di utilizzare senza problemi la clausola di salvaguardia prevista per le spese della difesa al cui interno l’Italia è riuscita ad ottenere anche uno spazio fiscale di 14 miliardi per l’energia.

RISORSE

Risorse preziose per mettere in campo una finanziaria espansiva senza tornare nel mirino dei mercati. Ed è proprio su questo fronte che Giorgetti rivendica il lavoro svolto. «Adesso c'è la corsa a comprare Btp», ha raccontato. «Anche le banche centrali di Paesi asiatici sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». Per il titolare del Tesoro non è soltanto una questione finanziaria. È anche una prova di credibilità internazionale conquistata dal Paese. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo», ha osservato. «Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo, visto l'andamento dello spread». Una soddisfazione che il ministro rivendica con orgoglio: «Io ho la responsabilità di ricoprire il debito ogni quindici giorni. Questa non era una cosa banale da fare e ha permesso di fare altre cose».

Naturalmente il capitolo debito si intreccia con quello della politica monetaria. Giorgetti evita accuratamente qualsiasi polemica diretta con la Banca centrale europea, ma il suo punto di vista è evidente. «Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse», ha spiegato, «dico di no». La ragione è semplice: «Io ho 3mila miliardi di debito. Con l'aumento dei tassi, pagheremo un po’ di più gli interessi».