L’Unione europea cerca soldi. Vuole prendere 60 miliardi di euro in più all’anno: non dalle casse degli Stati, ma direttamente dalle tasche dei contribuenti, aumentando le fonti che garantiscono a Bruxelles le cosiddette «risorse proprie». Per le finanze dei ventisette, l’intervento sarebbe quindi a costo zero; per quelle dei duecento milioni di famiglie europee, no. Per questo il socialista portoghese António Costa, presidente del Consiglio europeo, chiede la complicità dei governi nazionali, ognuno dei quali sembra avere idee diverse dagli altri. «Dobbiamo condividere l’infelicità», sostiene Costa, perché «è l’unico modo per condividere la felicità derivante dagli investimenti europei».
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Costa lo spiega alla testata Politico.eu, in un’intervista pubblicata ieri. Per il presidente del Consiglio europeo occorre colpire settori che i governi nazionali ancora non hanno tassato. Se infatti Bruxelles tassa qualcosa che Roma, Berlino o Parigi tassano già, il gettito si sposta dagli Stati alla Ue e i governi nazionali ci rimettono. Se invece la tassa colpisce qualcosa di “vergine” fiscalmente, «allora si tratta davvero di denaro nuovo», dice Costa, «e in tal caso è più facile arrivare a un accordo». Per i contribuenti, ovviamente, nulla cambia: si tratta sempre di un esborso in più, e poco importa se va allo Stato nazionale o al super-Stato europeo. La campagna per preparare il terreno è partita da tempo. Il 16 settembre Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, nel discorso sullo stato dell’Unione, ha detto che «ogni bilancio moderno ha bisogno di nuove risorse proprie».
Il bilancio Ue già oggi si finanzia in parte attraverso queste entrate, che includono dazi sulle merci importate da Paesi terzi, una quota dell’Iva riscossa dagli Stati e un contributo sulla plastica da imballaggio non riciclata. Il grosso del budget è coperto comunque dalla quota che ogni Paese versa in proporzione al reddito nazionale lordo. Il prossimo bilancio settennale, valido per il periodo 2028-2034, dovrebbe lievitare a 2.000 miliardi di euro, contro i 1.214 miliardi del ciclo precedente. Per coprire il nuovo fabbisogno le istituzioni Ue vogliono introdurre oltre 60 miliardi l’anno di nuove tasse. Altrimenti, avverte Costa, «dovremo chiedere più soldi agli Stati membri». La Commissione ha presentato alcune proposte, ma i governi nazionali hanno subito messo le mani avanti: l’ipotesi di una tassa sulle grandi aziende operanti in Europa, per esempio, è osteggiata dalla Germania; il meccanismo che convoglia nel bilancio Ue i proventi delle aziende inquinanti è rifiutato dalla Polonia e dai Paesi dell’Est. Per trovare un piano comune Costa ha fatto un tour nelle capitali europee.
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Il 15 settembre, a Roma, il presidente del Consiglio europeo ha incontrato Giorgia Meloni, e al termine ha parlato di «scambio proficuo», senza entrare nei dettagli. Più esplicita la premier: l’Italia, hanno fatto sapere da Palazzo Chigi, «è pronta a fare la propria parte anche sul finanziamento del nuovo Quadro finanziario pluriennale», purché la soluzione sia «equilibrata» ed «escluda nuove tasse europee e razionalizzi le spese amministrative dell’Unione». Il nuovo bilancio entrerà in vigore nel 2028 e l’obiettivo delle istituzioni Ue è trovare l’accordo entro la fine di quest’anno, prima che le elezioni in Italia, Francia, Spagna e Polonia complichino ulteriormente una situazione già resa difficile dalla crisi della Cdu in Germania.
Sotto l’aspetto politico, tassare le criptovalute è una delle poche strade percorribili: «Tutti concordano sul fatto che non c’è motivo di lasciare le cripto senza tassazione», dice Costa. Anche Meloni, in parlamento, l’11 giugno si era detta disposta ad analizzare «alcune» proposte avanzate dal parlamento Ue, «come un intervento sui profitti derivati dalle criptovalute o forme di “digital tax” europea». Secondo le stime della Commissione, un’imposta dello 0,1% sul valore delle transazioni di queste valute renderebbe tra 3 e 4 miliardi l’anno e un prelievo limitato alle plusvalenze frutterebbe tra 1 e 2,4 miliardi. Però tassare certe operazioni è complicato: lo stesso Costa ammette che restano da risolvere questioni tecniche. Quanto all’imposta sulle grandi aziende del digitale, potrebbe fruttare 5 miliardi, ma esporrebbe l’Unione al rischio di ritorsioni commerciali da parte di Washington. Non esiste soluzione facile, insomma, e l’«infelicità» di cui parla Costa spiega bene la situazione. Il governo italiano ha comunque un potere enorme: il veto. La decisione sulle nuove imposte europee richiede l’unanimità dei ventisette. Meloni, come gli altri leader, ha lo strumento per difendere i contribuenti suoi connazionali.




