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Referendum giustizia, blasfemia e insulti: fino a dove si spinge il fronte del "No"

di Tommaso Montesanolunedì 9 marzo 2026
Referendum giustizia, blasfemia e insulti: fino a dove si spinge il fronte del "No"

4' di lettura

Il fronte del No crocifigge la giustizia. mente. Proprio lei, la dea bendata con le due bilance, finisce sulla croce, con busto e piedi legati. Del resto è quella la fine che l’aspetta se dal referendum del 22 e 23 marzo la riforma Nordio uscirà approvata. «L’indipendenza della giustizia va protetta, sacrificata», recita lo slogan che accompagna il manifesto della campagna per il No di Antimafia 2000, un organo di informazione espressione dell’«associazione culturale no profit Falcone e Borsellino», che edita la rivista e mette a disposizione dei sostenitori del No i materiali della campagna. Sea poco meno di due settimane dall’apertura delle urne il No è passato a usare la croce, scadendo nella blasfemia, viene da chiedersi cos’altro potrebbe accadere da qui al voto. Sul sito web della campagna referendaria è facilmente scaricabile un opuscoletto che funge da vademecum per gli aspiranti volontari. Ma basta scrollare le pagine on line per rendersi conto di che aria tiri: da far rimpiangere i manifesti del comitato del No sul governo che vuole «giudici che dipendono dalla politica».

Ad esempio: «La democrazia è in pericolo! La legge Nordio-Meloni condanna i nostri diritti». E ancora: il governo «vuole condizionare le inchieste sulla corruzione e abusi di potere. Controllare processi politicamente, economicamente e socialmente sensibili». A guadagnarci, dalla vittoria del Sì, saranno «politici e imprenditori corrotti, amministratori e funzionari infedeli dello Stato, favoreggiatori della mafia, sfruttatori delle risorse pubbliche e chi più ne ha più ce ne metta!». Su YouTube il fondatore di Antimafia 2000, Giorgio Bongiovanni, accusa l’esecutivo di volere la riforma «per fermare i pm che cercano la verità sulle stragi». Nelle ultime 24 ore al fronte del No non è certo mancatala fantasia. Giovanni Bachelet, figlio del vicepresidente del Csm assassinato dalle Brigate Rosse nel 1980, un passato da parlamentare del Pd nella XVI legislatura, adesso guida uno dei Comitati per il No alla riforma. E sabato sera, in una tappa del suo tour elettorale a Treviglio, in provincia di Bergamo, ha paragonato la riforma su separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm e istituzione dell’Alta corte disciplinare alla malattia del secolo scorso. «Per questa riforma, vale lo stesso slogan di quando, quarant’anni fa, scoppiò quel terribile male chiamato Aids: se lo conosci, lo eviti». Bachelet è recidivo: nei giorni scorsi per ridicolizzare i “sanitari per il Sì” - medici, infermieri, amministrativi, impiegati e operatori del terzo settore ha pensato bene di pubblicare (e poi rimuovere) un post su Facebook nel quale ha giocato sul termine “sanitari” allegando le foto di water e bidet. Deduzione fin troppo facile: i sostenitori del Sì sono dei cessi.

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A Francesca Scopelliti, ultima compagna di vita di Enzo Tortora, da sempre attiva sul fronte della “giustizia giusta” e ora in prima linea per il Sì è presidente dei comitati “Cittadini per il Sì” - è andata anche peggio. Sulla pagina Facebook dei comitati è stato pubblicato un collage di tutti gli insulti ricevuti sotto ogni post. «Muori»; «Ma va accagare io voto no»; «zitta befana»; «Cosa c’entra questa scema»; «chi è questa oca»; «nata delinquente»; «taci, falsa!». «Quando il confronto si riduce a questo, significa che gli argomenti stanno finendo», ha scritto il Comitato nel post nel quale denuncia gli «insulti», le «aggressioni personali» e le «parole cariche di odio» ricevuti. A Scopelliti è arrivata ieri la solidarietà di Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia: «Ancora una volta la mancanza di argomenti si trasforma in odio digitale». E poi c’è lui: Tomaso Montanari. Colonna del Fatto Quotidiano, rettore dell’università per stranieri di Siena, ospite abituale alle trasmissioni de La7. Qualche giorno fa durante un’iniziativa promossa dal Comitato toscano Società civile per il No si è espresso con queste parole sul referendum: «In Italia volete avere ancora come padri e madri costituenti Teresa Mattei, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Terracini, Nilde Iotti o preferite Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Ignazio La Russa, Francesco Lollobrigida: comprereste una Costituzione usata e manomessa da questi banditi? Io no, ed è per questo che voto No». Dichiarazioni che ieri hanno provocato la reazione del presidente del Senato. «Finora per pietà e rispettoso del “Non ti curar di loro...” mai ho considerato degno della minima considerazione ciò che diceva o scriveva tal Tomaso Montanari», ha premesso Ignazio La Russa. La misura, però, ora è colma: «Anche un qualsiasi minus habens (figurarsi un professore, sedicente colto) ci penserebbe cento volte prima di affibbiare a me l’insulto di “bandito”». Da qui l’invito a Montanari «a scusarsi prima di dover fare ricorso alle vie giudiziarie che di solito non uso mai». Il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, e deputato, Francesco Michelotti, ha chiesto le dimissioni di Montanari dall’ateneo: «Scredita e mortifica l’università». A sera, il diretto interessato fa sapere che in nome del No è pronto a combattere:«Che la seconda carica dello Stato minacci un cittadino per un’opinione è grave».

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