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Antonio Di Pietro, la confessione: nei giorni precedenti al suicidio di Gardini...

di Andrea Muzzolonmercoledì 10 giugno 2026
Antonio Di Pietro, la confessione: nei giorni precedenti al suicidio di Gardini...

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«A Di Pietro chiederei se non hanno abusato del loro potere a quell’epoca». Inizia con questa frase di Carlo Sama, cognato di Raul Gardini, il confronto tra lui, Sergio Cusani e l’ex pm Antonio Di Pietro. Tutti e tre, 34 anni dopo Mani Pulite, nello studio di Quarta Repubblica su Rete 4 per ripercorrere quel processo che ha segnato la storia d’Italia. «Se dovessi sentirmi responsabile dei vari suicidi successi in quella stagione, questo mi lascia un’amarezza particolare nel cuore», è la confessione dell’ex magistrato. È proprio Di Pietro, visibilmente provato, a ricostruire quei giorni fino al 23 luglio 1993, quando Gardini sarebbe dovuto andare nel suo ufficio e invece si tolse la vita. «Tramite i suoi avvocati si era accordato con me: sarebbe venuto quella mattina per riferire fatti specifici che a me interessavano. Gardini sapeva bene, anche perché ne parlai con i suoi avvocati, che avevo bisogno di conoscere la destinazione di quei 150 miliardi (la famosa maxi tangente, ndr). Lui mise come condizione la certezza di entrare con i suoi piedi e uscire con i suoi piedi».

Ma qualcosa non andò come previsto ed è lo stesso ex pm a confessarlo: «In quei giorni io accentuai l’attenzione sul gruppo Ferruzzi e su Gardini proprio per sfiancarlo. Speravo così venisse e mi dicesse tutto», ha raccontato Di Pietro. «Con l’accentuarsi delle mie attenzioni e vedendo i carabinieri fuori da casa sua», è la conclusione dell’ex magistrato, «credo che abbia pensato che sarebbe entrato con i suoi piedi ma poi sarebbe finito a San Vittore. A quel punto ha preferito chiuderla lì». Un’analisi amara, la sua, sul tentativo fallito di instaurare un rapporto di fiducia, culminato con una frase: «Giuro che quel giorno sarebbe venuto e uscito con i suoi piedi».

A spingere Gardini alla terribile decisione di togliersi la vita a Palazzo Belgioioso, sua dimora milanese, fu probabilmente la pressione. «Avevo visto Gardini una settimana prima, era molto provato, l’avevano tenuto sulla graticola per circa un anno», è il ricordo di Sama, suo braccio destro. «Io penso che sia stata una somma di cause (a spingerlo al suicidio, ndr) perché il dottor Gardini aveva dato disponibilità a presentarsi da Di Pietro, aveva preparato anche un memoriale». C’era una cosa in particolare a impensierirlo però: «Era terrorizzato da cosa potesse dire Berlini» ai giudici, lui che era stato il fiduciario storico della famiglia Ferruzzi e poi del dottor Gardini. Fu Berlini, ricorda Sama, «a consegnare al dottor Di Pietro e alla Procura della Repubblica 70 miliardi di lire».

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Ma ci fu probabilmente dell’altro. Per Sergio Cusani, alto dirigente del gruppo Ferruzzi- anche lui condannato in seguito al processo - «Raul teneva a una cosa al di sopra di tutto: alla sua immagine. Non voleva uscire di scena come quello che aveva lasciato dilapidare la Ferruzzi». Per questo e per salvare i rapporti con la sua famiglia, è il pensiero di Cusani, ha compiuto quella drammatica scelta: «Doveva rispondere di tante cose e non se l’è sentita». Il suo suicidio lascia aperti tutt’oggi ancora alcuni interrogativi. Come quello relativo al miliardo di lire consegnato nella sede del Partito comunista. «Gardini quel miliardo l’ha portato in via delle Botteghe Oscure? E a chi l’ha portato?», ha incalzato più volte i suoi interlocutori Di Pietro. «Di Pietro lo sa benissimo, certo che sì», è la risposta di Sama dopo alcune esortazioni. Ma chi abbia ritirato quei soldi resta ancora un mistero...

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