Liberate i bambini del bosco. I tre fratelli Trevallion non vivono più nel verde di Palmoli da nove mesi. In compenso, nella selva oscura si sta perdendo la giustizia italiana.
Ad agosto il Tribunale dei Minori de L’Aquila, che li ha trasferiti forzosamente nella casa-famiglia di Vasto, è aperto. Non si chiude per ferie, perché in teoria le esigenze dei bambini - i piccoli hanno 9 anni, la figlia, e 7, i gemellini, ma ne avevano 8 e 6 al momento del traumatico trasloco - non permettono vacanze né i tempi lunghi della nostra burocrazia in toga.
Nei fatti però è tutta un’altra storia. Non basta quasi un anno di infanzia rubata, lontano dai genitori, con gli incubi notturni, i pianti, le fragilità, i gesti di autolesionismo che, come è stato documentato, la separazione ha comportato. I bambini devono attendere ancora nell’incertezza del loro destino. Il giudice non è in ferie, ma non decide. È esattamente da due mesi che il Tribunale dei Minori mantiene i cinque Trevaillon in uno stato di limbo supplementare. Il 25 giugno Simone Pillon, l’avvocato che tutela la famiglia, ha presentato una lunga e documentata istanza per il rientro dei minori a casa. Il magistrato ha dato prima fino al 30 luglio, scadenza poi accorciata al 20 dietro insistenza del legale, a tutore e curatore dei fratellini per dare il loro parere, che è arrivato puntuale, dopo che i piccoli sono stati ascoltati dallo stesso Tribunale in audizione protetta. I due specialisti, sulla base delle cui valutazioni i figli erano stati tolti ai genitori, hanno dato parere favorevole al ricongiungimento.
La relazione del reparto di Neuropsichiatria infantile della Asl è arrivata a insistere per la ricomposizione del nucleo famigliare per evitare ulteriori danni. È passato oltre un mese, eppure nulla si è mosso. Mamma, papà e avvocato hanno optato per un profilo basso, per evitare che la strumentalizzazione politica del loro dramma possa essere usata come scusa per non decidere. Pillon si è limitato a presentare un sollecito al Tribunale perché si esprima, l’8 agosto scorso, ma anche questo tentativo al momento è senza esito.
Il punto è che ogni protesta, ogni mossa in difesa dei bambini, rischia di produrre effetti opposti a quelli desiderati. La giustizia italiana pretende deferenza e gesti di sottomissione assoluta da parte di chi ne viene investito anche quando sbaglia, o come in questo caso quando decide di non decidere.
RABBIA GENITORIALE
Al danno si aggiunge la beffa. I fratelli sono stati tolti a mamma e papà perché, tra le altre cose, non erano stati considerati sufficientemente scolarizzati. La scuola a casa di Catherine, che fa di questo tipo di educazione un caposaldo della sua filosofia di vita famigliare, era stata giudicata inadeguata.
Il risultato è che, per uno degli orribili testa-coda della nostra giustizia, a sole tre settimane dall’inizio dell’anno scolastico, oggi Nathan e la moglie ancora non sanno dove iscrivere i loro figli; se a Palmoli, dove il Comune ha messo loro a disposizione una casa gratis vicino alla scuola, o a Vasto, casomai la prole dovesse restare reclusa nella struttura di sostegno. Basterebbe questo per restituire subito i bambini a mamma e papà. O quantomeno per urlare ad alta voce tutta la propria legittima rabbia genitoriale.
Perché nulla si smuove? È un giallo che forse nasconde un altro giallo. Il danno psicologico dei fratelli Trevaillon è documentato. Gli esperti hanno cambiato opinione e suggeriscono di toglierli dalla casa-famiglia di Vasto. La stessa struttura ha fatto chiaramente capire di non volerli più ospitare, perché il loro disagio è talmente grande da danneggiare anche gli altri cinque piccoli che risiedono nella comunità.
Mamma e papà si sono detti disposti a iscrivere i figli a scuola e trasferirsi con loro nell’alloggio che il Comune gli ha messo a disposizione in paese. I lavori per rendere a norma la casa nel bosco sono iniziati. Tutto dunque sarebbe pronto per la fine dell’incubo, che a questo punto ha sempre più le sembianze di una tortura.
SOSTITUZIONE INTERNA
L’ultima speranza è il primo settembre. Per quella data la presidente del Tribunale de L’Aquila, una toga di Magistratura Democratica (la corrente più a sinistra dell’Associazione Nazionale Magistrati) che dispose la sottrazione dei figli ai genitori, prenderà finalmente servizio a Perugia, dove è stata destinata mesi fa. È stata sostituita ad aprile, ma fino al 31 agosto opererà ancora in Abruzzo come giudice a latere, ruolo nel quale continua a emanare ordinanze, con il vezzo di farlo sempre in differita. L’auspicio è che si aspetti il suo trasloco definitivo per mettere le cose al loro posto.
È una situazione kafkiana, inaccettabile se si pensa che a viverla sono costretti dei bambini delle elementari. Guai però a muovere un dito. Chi in passato ha provato ad accendere un faro sul disastro, è stato accusato di remare contro tutta la magistratura e la Costituzione, usando l’agonia dei Trevaillon come argomento a favore della riforma della giustizia bocciata dal referendum del marzo scorso.
CASSAZIONE DISATTESA
I magistrati abruzzesi sembrano insensibili perfino al richiamo dei loro colleghi, e superiori, della Corte di Cassazione, che con una sentenza recente, che pare scritta apposta per loro, hanno stabilito che ogni provvedimento di affidamento famigliare «deve indicare, oltre alle motivazioni, i tempi e i modi dell’esercizio di potere riconosciuto all’affidatario».
Perfino i condannati alla galera hanno il diritto di sapere quando finirà la pena. Gli incolpevoli figli di Nathan e Catherine no. Sono trattati peggio dei criminali da una giustizia capace di togliere i figli a chi li educa in modo non convenzionale, ma li lascia a chi non fa loro i vaccini obbligatori e li fa morire di difterite a quattro anni. Complimenti, vostro onore.




