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Coronavirus, alla faccia della casta: il ristorante della Camera dei deputati è l'unico aperto in tutta Italia

Brunella Bolloli
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Certo, rispetto al filetto di branzino, al prosecchino e al pasticciotto annaffiato con l' ammazzacaffé del periodo a.c. (ante Coronavirus), siamo distanti anni luce. Ma da ieri ha riaperto il ristorante della Camera dei deputati, uno dei luoghi simbolo del potere castale semplicemente per il fatto che ci possono mettere piede solo loro, gli eletti (in Parlamento) e al massimo qualche fortunato invitato a pranzo. Ha riaperto perché tutto il resto fuori è chiuso, come sanno anche i sassi: saracinesche abbassate nei bar, insegne spente dei locali, cucine sigillate delle trattorie, frigoriferi vuoti degli hotel e neppure un sacco dei rifiuti per strada su cui i gabbiani si possano avventare.


Il Parlamento, però, ha continuato a lavorare: audizioni, informative del premier, question time e discussioni in Aula, ieri sera pure quella sul voto di fiducia sul decreto Cura Italia, e se all' inizio dell' emergenza i deputati presenti si contavano sulle dita di una mano, via via il numero è aumentato sebbene contingentati causa Covid. Come fare quindi per sfamare gli onorevoli così impegnati da mattino a sera? Con le buvette e i ristoranti blindati per evitare assembramenti, sia Camera che Senato hanno predisposto un cestino (prezzo 5 euro) con dentro un paio di panini, una bottiglietta d' acqua e un frutto: una sorta di pranzo al sacco che alcuni hanno consumato nel cortile di Montecitorio o sui divanetti del Transatlantico dove in genere portare cibo è vietatissimo e i commessi sono pronti a bacchettare.


MASCHERINA PER TUTTI
na situazione, insomma, precaria, e per alcuni molto poco onorevole, sommata al disagio del termoscanner all' ingresso, alla mascherina obbligatoria per tutti (come aveva sollecitato dall' inizio Maria Teresa Baldini, professione medico, di Fratelli d' Italia), al distanziamento sociale per cui chi vuole intervenire nell' emiciclo, in assenza del microfono, deve parlare al centro e non dal banco.
Questa mini-rivoluzione del Palazzo, però, non poteva durare a lungo. Ecco perché sia il ristorante che la mensa (dei dipendenti) hanno riaperto le porte e i primi "clienti" hanno potuto gustare il menu del giorno: pasta al forno, pollo, frutta.


I prezzi erano già abbastanza bassi prima, di sicuro il servizio non è quello al tavolo dei tempi ante-Covid. È più un self service. Le posate sono usa e getta. Si entra uno alla volta e si consuma svelti, i pasti sono già preparati e disposti su un vassoio rivestito di cellophane; sul pavimento sono state segnate delle posizioni di attesa che marchiano la distanza interpersonale. «Una mensa di guerra, semplice e austera», la definisce il questore "anziano" Gregorio Fontana il quale spiega a Libero che si è arrivati alla decisione di riaprire perché i deputati non hanno alla Camera, presieduta dal grillino Fico, una propria stanza e non potevano mangiare in corridoio. Fontana aggiunge che si è studiato ciò che avviene negli ospedali e nelle caserme. «Il Palazzo», ha aggiunto, «non può fermarsi, è giusto dare un pasto a chi lavora». La mensa è operativa nei giorni di seduta, la stampa non è ammessa.

 

 


E I RISTORATORI? 
Io abito a Roma e posso andare a casa a mangiare, ma capisco gli altri colleghi», dice Paolo Trancassini, di Fdi, che oltre ad essere deputato vanta una famiglia di ristoratori nella Capitale. «Noi saremo gli ultimi a riaprire», allarga le braccia, «abbiamo bisogno di serenità e risposte chiare: la gente tornerà nei ristoranti quando sa che non c' è rischio di contagio. Noi abbiamo bisogno di clientela, il ristorante della Camera no». Il leader dei Socialisti, Enzo Maraio, invece, è molto critico: «Da tempo sosteniamo che il Parlamento deve ritornare centrale nelle decisioni assunte per fronteggiare l' emergenza, ma questo non giustifica la riapertura di un ristorante al suo interno, quando nel resto d' Italia si obbliga a fare il contrario. Ne va della credibilità delle istituzioni e della salute dei parlamentari e dei dipendenti dell' attività».

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