Nel pieno del “Mese del Pride”, a giugno, insieme a bandiere arcobaleno, rivendicazioni identitarie e campagne per l’inclusione, l’attivismo queer italiano ripropone il tema simbolo del momento: Gaza. Da Genova a Roma, da Bari a Firenze, passando per L’Aquila, Messina, Catania e Sassari, la rassegna internazionale “Queer Cinema for Palestine – No Pride in Genocide” porta in sala sei cortometraggi dedicati a Gaza, alla memoria palestinese e alla “resistenza”. Dopo le varie proiezioni sono sempre in programma dibattiti, interventi di associazioni Lgbtq+, collettivi politici e gruppi di solidarietà.
Un calendario fitto, partecipato e mediaticamente impeccabile. L’obiettivo dichiarato è sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tragedia umanitaria che colpisce la popolazione civile palestinese. Solo che dal palco nessuno risponde mai alla più semplice delle domande: perché non si ricorda mai che a Gaza questi eventi durerebbero il tempo di gonfiare il primo palloncino? Lì non esistono matrimoni tra persone dello stesso sesso. Non esistono unioni civili. Non esistono norme che tutelino le persone Lgbt dalle discriminazioni. Non esistono riconoscimenti giuridici dell’identità di genere. Secondo le stesse organizzazioni internazionali che monitorano i diritti arcobaleno, continua inoltre a essere formalmente applicabile una norma risalente al periodo del Mandato britannico che prevede pene detentive fino a 10 anni per gli omosessuali.
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Anche in Cisgiordania la situazione è ben lontana dagli standard che i movimenti queer occidentali considerano non negoziabili (o quasi). Nessun riconoscimento delle coppie omosessuali, scarse tutele e un contesto sociale spesso ostile. Sono fatti. Eppure basta spostare la discussione sul conflitto israelo-palestinese perché questi temi evaporino come per magia. È qui che il cortocircuito diventa affascinante. Gli stessi ambienti che condannato ogni (vera o presunta) forma di esclusione nelle società occidentali sembrano improvvisamente colpiti da singolare amnesia. Ma se il Pride nasce per affermare il diritto di vivere liberamente la propria identità sessuale, perché durante queste manifestazioni si parla per ore di colonialismo, resistenza, occupazione e geopolitica, mentre la condizione delle persone Lgbt nei territori palestinesi resta quasi sempre confinata nel fuori programma? Forse perché introduce una complessità scomoda. E la complessità è il peggior nemico dell’attivismo identitario contemporaneo, che preferisce un mondo diviso tra buoni e cattivi, oppressi e oppressori, in cui le sfumature rischiano di rovinare il copione. Così si assiste come al solito a uno spettacolo curioso: militanti che in Europa pretendono standard rigidissimi, talvolta oltre i limiti del reato d’opinione, in materia di linguaggio, rappresentazione e inclusione, sembrano disposti a mettere tutto tra parentesi quando il tema entra nel perimetro delle cause considerate politicamente virtuose e moralmente elevate.
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Non è la solidarietà il problema. È l’ideologia. È quel meccanismo che porta a vedere contraddizioni ovunque, tranne dove potrebbe creare imbarazzo alla propria parte. Utile per le rivendicazioni in politica interna. In questo caso per contrapporsi al governo di centrodestra accusato di «morbidezza» nei confronti di Israele. È l’annosa forma di selettività morale per cui alcuni diritti sono universali, mentre altri diventano improvvisamente contestuali. E la domanda resta lì, ostinata e fastidiosa. Se il Pride è la celebrazione della libertà di amare, di dichiararsi, di vivere apertamente la propria identità, perché chi organizza queste serate sembra così poco interessato a discutere di come quelle stesse libertà vengano endemicamente negate nei territori che si intende tutelare?




