«Gli scandali vendono. La verità è facoltativa». È la frase che apre l’atto di citazione con cui Giuseppe Cipriani ha trascinato davanti alla Corte federale di New York Il Fatto Quotidiano e la Rai. Trentaquattro pagine che si concludono con una richiesta di risarcimento da almeno 250 milioni di dollari (220 milioni di euro) e l’accusa di aver costruito una narrazione fondata su insinuazioni, errori e ricostruzioni che avrebbero colpito non solo l’imprenditore veneziano, ma l’intero gruppo che porta il suo nome.
La causa è stata presentata dalla società Cipriani, assistita dallo studio Reinhardt Savic Foley. Nel mirino finiscono la società editoriale Il Fatto e la Rai per i contenuti trasmessi da Report sul caso della grazia a Nicole Minetti. Secondo i legali, i giornalisti avrebbero scelto «clic, ascolti e pubblicità invece della verità, dell’accuratezza e del giornalismo responsabile», trasformando una serie di sospetti in fatti accertati e associando il nome Cipriani a corruzione, traffici illeciti, sesso, droga e perfino a Jeffrey Epstein. L’azione giudiziaria punta soprattutto sul danno economico. La società sostiene che le pubblicazioni abbiano avuto conseguenze immediate sui rapporti finanziari del gruppo. Uno degli investitori, si legge nell’atto, avrebbe rallentato la chiusura di un’operazione da 50 milioni di dollari, imponendo nuove condizioni e pretendendo verifiche indipendenti sulle accuse circolate che sarebbero costate oltre 1 milione di dollari in un mese.
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Uno dei capitoli più delicati riguarda Jeffrey Epstein. Secondo la ricostruzione delle due testate, l’imprenditore pedofilo americano avrebbe versato 800mila sterline a una società britannica riconducibile a Cipriani diventandone una sorta di socio occulto. I legali sostengono invece che quel trasferimento di denaro non è mai avvenuto. Ammettono che, anni fa, vi furono contatti preliminari e ipotesi di finanziamento legate a un progetto londinese, ma precisano che «nessun accordo fu mai finalizzato», «nessuna operazione di finanziamento fu mai perfezionata» e «nessuna somma di 800.000 sterline fu mai bonificata».
L’atto richiama anche una verifica effettuata sugli Epstein Files custoditi dal Dipartimento della Giustizia americano. Nei documenti compaiono centinaia di riferimenti alla parola “Cipriani”, ma, secondo gli avvocati, si tratta quasi sempre di prenotazioni nei ristoranti, appuntamenti o semplici riferimenti a locali del gruppo. «Nessun documento contiene alcuna indicazione che Epstein abbia trasferito 800.000 sterline» né che sia mai stato sodale o amico di Giuseppe Cipriani, è la conclusione dello studio legale.
ACCUSE A NORDIO
Un secondo fronte riguarda Carlo Nordio. Le trasmissioni e gli articoli contestati avrebbero lasciato intendere che il ministro della Giustizia si fosse recato nella residenza di Cipriani a Punta del Este, in Uruguay, per discutere o favorire la richiesta di grazia per Minetti. Una suggestione seccamente smentita dai legali che ravviserebbero, in quella fake news, piuttosto la volontà dei giornalisti italiani di dipingere l’imprenditore come una persona capace di ottenere favori istituzionali illeciti attraverso relazioni politiche opache.
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Poi c'è il capitolo più delicato: quello delle presunte feste nella villa uruguaiana. Secondo la citazione, Il Fatto e Report avrebbero descritto la residenza “Gin Tonic” come il teatro di incontri a base di sesso e droga, con ragazze provenienti da diversi Paesi (selezionate addirittura da Nicole Minetti) e continui richiami all’universo Epstein. La difesa di Cipriani sostiene invece che quelle false accuse siano nate dalle dichiarazioni di una ex dipendente, Torres, poi smentite dai fatti.
I documenti richiamati nella memoria indicano che la donna avrebbe lavorato nella proprietà solo per pochi mesi e non per vent'anni come sarebbe stato lasciato intendere. Quando il rapporto di lavoro con Cipriani si sarebbe chiuso, la donna avrebbe fatto causa non per presunte molestie sessuali, come raccontato nell’intervista del Fatto, ma per questioni retributive. Torres aveva avanzato richieste economiche per circa 60mila dollari e la vertenza si sarebbe chiusa con un accordo da 6mila. Nell’atto vengono citate 8 dichiarazioni giurate di dipendenti ed ex dipendenti che sconfessano la Torres. Ma soprattutto viene richiamata una successiva ritrattazione della stessa testimone, firmata davanti a un notaio, con la quale la donna afferma che la Minetti «non ha mai reclutato ragazze né in altro modo favorito la prostituzione», e che quella con Cipriani era «una controversia puramente lavoristica» e che le sue precedenti parole erano state «sostanzialmente distorte o comunque manipolate». L’ultimo affondo riguarda il figlio adottivo della coppia. Le ricostruzioni contestate sostenevano che l’adozione fosse stata ottenuta in modo improprio, che fossero stati raggirati funzionari pubblici e che il bambino fosse stato portato negli Usa per un intervento chirurgico non necessario. Anche qui la risposta degli avvocati è dettagliata.
Secondo l’atto, il minore soffre di una rara patologia neurologica e l’operazione fu raccomandata da più strutture mediche, sia in Uruguay sia negli Stati Uniti. Il trasferimento sarebbe stato autorizzato dalle autorità competenti e il percorso di adozione sarebbe stato seguito e validato dai tribunali uruguaiani. La citazione ricostruisce anche la situazione della famiglia biologica del bambino, spiegando che i genitori non erano stati ritenuti idonei ad occuparsene. L'adozione venne poi confermata dal Tribunale di Maldonado.
L'AVVOCATESSA MORTA
Da qui nasce anche uno dei passaggi più duri del dossier. I legali sostengono che ci sia stato uno scambio di persona tra due avvocate coinvolte nella procedura ad opera del Fatto.
Mercedes Nieto, curatrice speciale del minore, morì in un incendio domestico molto tempo dopo l’adozione. Mercedes Gutiérrez, che aveva un ruolo diverso nella vicenda, è invece viva. Nonostante questo, secondo Cipriani, le ricostruzioni avrebbero alimentato il sospetto di un collegamento tra l'imprenditore e quella morte, arrivando a evocare «corpi carbonizzati» e scenari privi di riscontri.
IL CASO RANUCCI
La causa dedica diverse pagine anche alla risposta fornita da Report dopo le diffide. Secondo il team che assiste Cipriani, il programma avrebbe difeso il proprio lavoro limitandosi a pubblicare sul sito una comunicazione dei suoi legali. Una scelta giudicata insufficiente perché, sostengono gli avvocati, una nota collocata online non può raggiungere lo stesso pubblico di una trasmissione nazionale rilanciata da televisioni, siti e social network. E questo nonostante la scelta del conduttore, Sigfrido Ranucci, di fare comunque mea culpa, in diretta su Rai3, riconoscendo che il presunto incontro tra Nordio e Cipriani di cui aveva parlato a È sempre Cartabianca non si fosse mai svolto.
La partita, comunque, non si gioca soltanto negli Usa. A Roma è già stato avviato un secondo procedimento civile che vede Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti contrapposti al quotidiano diretto da Marco Travaglio. La coppia ha chiesto altri 5 milioni di euro di risarcimento attraverso una procedura di mediazione che si terrà tra qualche settimana.




