Quanto vale la vita di Francesco Imprezzabile? Quanto costa causare la morte di un agente nell’esercizio del suo lavoro? Sì, è vero, la dinamica dell’incidente fatale è ancora da accertare, è troppo presto per saltare alle conclusioni. L’albanese in fuga dice di non averlo toccato e di non essersi accorto che era caduto. Gli inquirenti non si sbilanciano, si limitano a escludere che ci sia stato uno speronamento, come a sottolineare la differenza tra la tragedia di lunedì notte e il caso di Ramy Elgaml, il giovane morto per una caduta dallo scooter dopo un lungo inseguimento da parte dei carabinieri. L’agente aveva accelerato e staccato i colleghi motociclisti, che se lo sono ritrovato a terra dopo una curva e non possono perciò testimoniare su quanto esattamente accaduto.
Per tutta la giornata, tra le forze dell’ordine è girata la voce che l’albanese, trovatosi Imprezzabile alle spalle, abbia frenato, per farsi tamponare e farlo cadere. Nei prossimi giorni sapremo se è vero. Una cosa comunque è certa: l’agente non è morto da solo. Se G. B., le iniziali del guidatore, avesse fermato la sua Audi al posto di blocco- hanno sempre dei mezzi di lusso questi extracomunitari in fuga dalle forze dell’ordine -, oggi Francesco sarebbe vivo. Vedremo se la procura confermerà l’accusa di omicidio stradale, per la quale il guidatore è agli arresti, oltre quella scontata per fuga pericolosa, e vedremo sopratutto la sentenza. A giorni sapremo anche se davvero non c’è stato il minimo contatto tra i due mezzi, come sembrerebbe dalle prime ipotesi, e se davvero il Suv ha frenato d’improvviso. Ma ahimè sono dettagli che non cambiano la sostanza dei fatti: l’agente è morto mentre inseguiva chi non si è fermato e anche il semplice non fermarsi mette a rischio la vita delle forze dell’ordine, e dei cittadini in strada, oltre che quella di chi scappa, come dimostrato dal caso Ramy.
Speriamo che il sacrificio di Francesco serva almeno a far ricredere l’esercito delle anime belle e pelose che da un anno e mezzo processano gli inseguitori del giovane marocchino morto in via Ripamonti nel novembre 2024. Doveroso infatti il cordoglio espresso dal presidente della Repubblica per Francesco.
Toccante il «non dimenticheremo» di Giorgia Meloni. Tanti altri però è meglio che osservino una vita di ossequioso silenzio. Qual è la differenza tra l’agente Imprezzabile e i carabinieri di Ramy Elgaml? Il destino finale, che resta in entrambi i casi tragico. Il motociclista ha perso la vita perché faceva il suo lavoro, inseguiva un’auto che non aveva rispettato l’ordine di fermarsi. I militari affrontano da un anno e mezzo un calvario giudiziario e mediatico per aver fatto il loro lavoro, dando una caccia disperata a due ragazzi sospetti in scooter che non si erano fermati al posto di blocco, uno dei quali è morto per aver tentato la fuga anziché aver rispettato la legge.
In un Paese civile un esponente delle forze dell’ordine non dovrebbe essere costretto a morire per evitare di essere processato sulla pubblica piazza per aver cercato di fermare con ogni mezzo, lecito, un sospetto criminale. La civiltà però dovrebbe partire dalle istituzioni.
In Italia non è così. All’indomani della morte di Elgaml abbiamo sentito frasi sconvolgenti; non dai suoi amici, ma da politici, giornalisti, addetti ai lavori. E non ci riferiamo solo alla sempre incorreggibile Ilaria Salis, che al Corvetto, il quartiere di Ramy, è di casa (occupata), che aveva utilizzato il concetto di «violenza istituzionale». Anche il sindaco di Milano, Beppe Sala, non aveva brillato, parlando di «inseguimento lungo e pericoloso» e sentenziando che «i carabinieri avevano sbagliato»; a dargli manforte era intervenuto niente meno che l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli, ai tempi consulente del Comune, sostenendo che i carabinieri avevano esagerato e «non avevano fatto un inseguimento corretto»; auspicabile non sia diventato comandante degli agenti grazie a questa balzana teoria. Facciamo grazia a Elly Schlein, Giuseppe Conte e la coppia Bonelli-Fratoianni e non riportiamo le loro frasi cariche di scetticismo verso le forze dell’ordine.
Certo che sarebbe vigliacco attribuire anche solo una responsabilità indiretta nella morte di Imprezzabile a quanti hanno condannato gli agenti e assolto Ramy. Non si correggono gli effetti sbagliati del politicamente corretto riprendendone i toni per ribaltane i contenuti.
Però sarebbe da ciechi e irresponsabili non vedere e non denunciare che diciotto mesi di aggressioni mediatiche e giudiziarie a chi ha inseguito Ramy hanno creato un clima ostile alle forze dell’ordine e favorevole a chi scappa da esse. Una sorta di incitazione, se non a delinquere, a tentare la fuga dai posti di blocco, fatta attraverso lo sdoganamento di concetti inesistenti o abietti come l’inseguimento moderato, la presunzione di razzismo se si ferma un extracomunitario, l’autoritarismo delle divise se fanno fino in fondo il loro lavoro.
L’eroismo di Francesco Imprezzabile, e dei suoi colleghi sopravvissuti all’inseguimento, non sta solo nel coraggio fisico di essersi lanciato a tutta velocità per raggiungere quell’Audi maledetta, ma anche nel senso del dovere così connaturato in tutti loro da portarli a sfidare, senza pensarci un minuto, quell’orda selvaggia di finti portatori di buone maniere e reali veicoli di principi falsi che sarebbe stata pronta a metterli in croce se a schiantarsi fosse stato l’albanese in fuga e non uno di loro. Quanto valgono le loro vite, dunque? Moltissimo, vostro onore...




