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Giuseppe Conte ha comprato le mascherine scartate perfino dai cinesi

di Simone Di Meodomenica 5 luglio 2026
Giuseppe Conte ha comprato le mascherine scartate perfino dai cinesi

4' di lettura

La mail decisiva pesa appena una riga. Una parola, un imperativo, niente di più: «Guardatela». Eppure, secondo gli investigatori, dentro quel messaggio c’è uno dei passaggi più sorprendenti dell’inchiesta sulle mascherine acquistate durante l’emergenza Covid.

Perché quando Domenico Arcuri lo inoltra ai suoi uomini di fiducia, la nuova stretta imposta dalla Cina sulle esportazioni dei dispositivi sanitari è già arrivata sulla sua scrivania. La conosce. La fa circolare all’interno della struttura commissariale. E, nonostante questo, poche settimane dopo verranno comunque firmate commesse miliardarie con consorzi che quella stessa normativa avrebbe potuto fermare alla partenza, salvando le casse pubbliche e, molto probabilmente, pure qualche vita umana.

È una ricostruzione che prende forma dopo il sequestro della posta elettronica del commissario straordinario. I finanzieri raccontano di aver acquisito la sua casella e di aver estratto, «mediante l’utilizzo di parole chiave, una serie di mail». Una, più delle altre, attira subito l’attenzione.

PASSAGGIO RILEVANTE

È il 1° aprile. Sono le 22.20. Arcuri inoltra una comunicazione ad Antonio Fabbrocini, responsabile unico del procedimento delle sei forniture assegnate ai consorzi Wenzhou Moon Ray, Wenzhou Light e Luokai Trade, e a Roberto Rizzardo, dirigente della divisione acquisti, contratti e gestione fornitori della struttura commissariale. Nessuna spiegazione. Nessun commento. Solo quell’invito secco: «Guardatela».

Gli investigatori spiegano perché quel passaggio diventa rilevante. «Nello specifico, il commissario Arcuri sembrerebbe richiamare l’attenzione dei suoi collaboratori circa il contenuto di una mail allegata recante l’oggetto: “Importante nuova regolamentazione cinese per vendita mascherine”».

Il dettaglio che cambia prospettiva arriva subito dopo. Quella comunicazione Arcuri non l’aveva trovata per caso. Gli era stata inviata da Angelo Borrelli, allora capo della Protezione civile. Anche questo emerge dall’analisi della posta elettronica sequestrata. Borrelli accompagna l’allegato con poche parole: «Domenico, questa è la comunicazione di cui ti parlavo nella precedente mail». La macchina dello Stato, dunque, era stata avvisata. E lo era nel giorno esatto in cui Pechino cambiava le regole del gioco.

La normativa entrata in vigore il 1° aprile 2020 introduce tre condizioni obbligatorie per esportare dispositivi medici dalla Cina. La prima è anche la più delicata: il produttore deve comparire nella lista bianca delle aziende autorizzate dal governo cinese. Le altre due prescrizioni riguardano una dichiarazione con cui lo spedizioniere certifica che la merce rispetta gli standard del Paese destinatario e il certificato di registrazione dell’azienda produttrice. Tutti e tre i requisiti insieme producono una trama a maglie strette che lascia nella rete un bel po’ di pescecani in cerca di affari facili.

È quella “white list” il vero spartiacque dell’intera vicenda. Perché, seguendo quella disciplina, le maxi forniture destinate all’Italia sarebbero dovute passare attraverso imprese già validate dalle autorità di Pechino. Un filtro che avrebbe impedito di assegnare la commessa da oltre 1,250 miliardi di euro a società (ben 36) considerate non idonee dallo stesso governo cinese che, non a caso, non le aveva inserite nella classifica.

La novità, però, non circolava soltanto nell’ufficio del commissario. Anche questo emerge dagli atti. I finanzieri trovano infatti una seconda mail, inviata da una funzionaria di Invitalia ancora a Fabbrocini e Rizzardo. L’argomento è identico: la nuova regolamentazione cinese. La comunicazione viene scambiata proprio mentre si prepara la “lettera di commessa” che il 15 aprile porterà all’affidamento della fornitura al consorzio Luokai Trade. In origine si parla di 600 milioni di mascherine chirurgiche per 294 milioni di euro. I numeri saranno poi ridotti a 450 milioni di pezzi e 220,5 milioni di euro, ma la sostanza dell’operazione non cambia.

Il quadro si completa durante gli interrogatori. Una dipendente di Invitalia, F.I., racconta ai finanzieri che anche l’Ice (l’Istituto per il commercio estero) aveva già segnalato «l’entrata in vigore di tale normativa cinese sull’esportazione di dispositivi medicali». La stessa documentazione, inoltre, era disponibile pubblicamente anche sul sito di Assolombarda, insieme all’elenco delle aziende autorizzate dal Dragone a esportare dispositivi di protezione individuale idonei e conformi.

IL MEDIATORE E IL COMPLICE

La sequenza delle comunicazioni racconta così una storia diversa da quella che ruota attorno all’urgenza dell’emergenza, e che Arcuri e Giuseppe Conte continuano a difendere contro ogni logica evidenza e buonsenso. La nuova disciplina cinese non era sconosciuta. Era nota ai vertici e ai quadri intermedi della struttura commissariale e, addirittura, agli stessi mediatori.

Come dimostra una conversazione che restituisce il clima di quei giorni. È un’intercettazione tra uno dei mediatori e un suo complice. A preoccuparli, più delle possibili verifiche nel nostro Paese, sembra essere proprio la severità delle autorità cinesi. La frase resta impressa negli atti: «Comunista (riferendosi al governo di Pechino, ndr)... sono legge pesante, capito?». Ma per fortuna l’amico abitava nell’Italia a Cinque Stelle di Giuseppe Conte e di Domenico Arcuri. Fortunato, lui.