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Bologna, "paga e parliamo": la sciacallata dei maranza sulla morte di Fakir

di Alessandro Gonzatomartedì 21 luglio 2026
Bologna, "paga e parliamo": la sciacallata dei maranza sulla morte di Fakir

4' di lettura

«Vai via, io ammazzo!». Un altro ragazzotto, anche lui nordafricano, non parla ma sempre da una finestra ci fa segno che se non sloggiamo ci taglia la gola. Non crediamo di aver frainteso e comunque non vogliamo la conferma. Bologna, via Svevo, quartiere Pilastro, un agglomerato di case popolari costruito negli anni ’60. Un tempo accoglieva i lavoratori emigrati dal Sud Italia. Oggi gli appartamenti sono abitati perlopiù da marocchini, tunisini ed egiziani. Diverse le famiglie rom e sinti. Gli autoctoni sono una sparuta minoranza. Tra questi c’è C., una dolce ma per nulla rassegnata nonnina che scortata da Cristiano Di Martino, dirigente di Fratelli d’Italia, ci indica i punti più a rischio della zona, su tutti la piazza di spaccio di via D’Annunzio: «Abito qui dall’89», dice l’anziana, «ormai tutte le sere succede qualcosa, si lanciano le bottiglie, litigano per la droga.

Adesso è morto quel signore, e mi dispiace, ma non se la possono prendere con la polizia senza sapere nulla, non è giusto per quei poliziotti!». Con noi ci sono anche Sauro, presidente del circolo di Fdi, e Giovanna, la capogruppo di zona: «Ormai», ci spiega quest’ultima, «sempre più genitori italiani stanno cambiando scuola ai figli. Oltretutto le case a canone agevolato vengono date quasi esclusivamente agli stranieri». Sono le quattro del pomeriggio, fa un caldo del diavolo e per strada, in mezzo a un verde mal tenuto, qualcuno ha legato alle ringhiere degli striscioni con delle scritte che non promettono niente di buono: «Verità e giustizia per Fakir, lo Stato uccide»; «Fakir Abderrahim uno di noi. Omicidio di Stato, assassini. Omicidio di Stato, contro la violenza e il razzismo della polizia». Gli autori si sono dati appuntamento in serata in piazza del Nettuno, in centro - in linea d’aria 4-5 chilometri - dove il sindaco dem Matteo Lepore un paio d’ore dopo la morte del marocchino (domenica attorno alle 12.30) ha subito indetto una manifestazione per chiedere giustizia. Un invito a nozze per centri sociali e gruppi antagonisti che invece cercano la vendetta, invocata da alcuni dei parenti del defunto.

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L’OFFERTA
Cerchiamo qualcuno che voglia parlare. Lo fanno in pochi e pure di fretta. Gli italiani non vogliono che i nordafricani li vedano chiacchierare coi giornalisti. Temono ritorsioni. Però troviamo anche chi vuole parlare eccome, alcuni maranza, ma promettono informazioni solo in cambio di soldi: «Se paghi ti diciamo tante cose». Da tutta questa storia c’è chi vuole uscire con le tasche gonfie. Decliniamo l’offerta, non senza dispiacere i venditori i quali chissà per cinquanta o cento euro quante balle sarebbero stati disposti a raccontarci, forse comunque meno di certi esponenti della sinistra politico-mediatica. È possibile che abbiano studiato un tariffario (non la sinistra), più paghi e più la frottola si fa dettagliata. «Dai, perché non vuoi sapere le cose?». Giriamo i tacchi. Uno dei farmacisti della zona è diffidente: «Non voglio parlare coi giornalisti altrimenti dovrei dire troppe cose». Passa un signore straniero, lo saluta affettuosamente e riprende: «Vede, questo è un bravo uomo, uno che è venuto qui a lavorare e non fa male a nessuno. Peccato che non siano tutti come lui».

LE RAPINE
Il farmacista ci racconta di aver subìto quattro rapine, una volta è stato minacciato con un cacciavite. Ci ferma un signore sulla settantina, è vestito sportivo, in testa ha un capello grigio con la scritta “New York”, si chiama Giancarlo e ci risolve subito il dubbio sull’età: «Giancarlo M. (omettiamo il cognome), classe 1950». «Ma cos’è diventata questa zona? Non è possibile una convivenza del genere. E guardi, glielo dice uno che da parte di mamma ha avuto tutti parenti con la tessera del Partito Comunista, ma quella almeno era una sinistra seria, non come questa che pensa solo agli stranieri». Giancarlo ci tiene a farci sapere di non essere comunista. Ci consegna una copia della lettera che ha consegnato ai carabinieri del comune di S.Lazzaro di Savenna. «Con quello che succede a Bologna da un po’ di tempo», leggiamo, «mi chiedo se non sia giunto il momento di dotare le forze dell’ordine di strumenti adeguati. In difetto non è escluso che taluni cittadini ormai stanchi della situazione prendano provvedimenti impopolari, e mi scuso si usare questa espressione ma la pazienza sta finendo». Intanto arrivano notizie, e altre ce le procuriamo, sul passato della persona morta. Nel curriculum, tra le altre imprese, figurano condanne per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, un arresto per evasione e un’altra denuncia per lesioni. Nel quartiere qualcuno dice che i ragazzi che hanno aiutato la polizia, un marocchino e un kosovaro, ora rischiano di subire vendette.

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