L’intermediario c’è. Ma non si vede. Non ha un nome, una società di riferimento, una banca di appoggio, un conto, un indirizzo. Eppure, nelle carte dell’inchiesta sulle mascherine farlocche, ha già un mestiere: prendere la lettera di credito italiana, emessa dal commissario straordinario, Domenico Arcuri, anticipare i soldi alla fabbrica cinese e incassare una ricca commissione. Un uomo senza volto, ma con un bel sacco pieno di contanti. Babbo Natale con la mascherina...
Il mistero, che spunta nell’indagine condotta dalla Guardia di Finanza, si manifesta proprio nell’immediatezza della pandemia, nel marzo 2020, mentre l’Italia cerca materiale sanitario ovunque e la mannaia del lockdown è già calata sull’intero Paese grazie al Dpcm del premier, Giuseppe Conte. Roberto M., ex direttore commerciale in Cina per conto di uno dei mediatori indagati, racconta alle Fiamme Gialle di essere stato contattato da Maurizio C., militare alpino e amico del padre per recuperare, grazie ai suoi soci ed ex colleghi in Oriente, dispositivi di protezione. Lui accetta e fa un po’di telefonate.
Giuseppe Conte, Covid: il mistero degli 85 milioni della commessa cinese
Diciannove centesimi. Una monetina quasi invisibile che resta sul fondo di una tasca. Una montagna da 85,5 milioni di eu...«A seguito di tale richiesta», si legge nel verbale di interrogatorio, «ho contattato alcuni miei ex dipendenti in Cina, ai quali chiesi di farmi arrivare dei preventivi da parte di aziende produttrici di mascherine e tute». Piovono le offerte e, dopo un po’, pure i problemi. Le fabbriche vogliono i soldi subito: metà all’ordine e metà prima della partenza, quando non addirittura il cento per cento del valore della commessa. Gli enti pubblici italiani, invece, non possono girare milioni al buio (almeno in teoria, considerato che poi la struttura commissariale lo farà senza troppi problemi coi tre consorzi finiti sotto indagine). È questo il momento in cui il fantasma entra in scena. «Nel primo caso», spiega Roberto M. (non indagato) a chi è interessato all’acquisto delle mascherine, «potete fare direttamente voi ordine alla fabbrica, nel secondo caso, con lettera di credito, dovrete passare da un intermediario che si prende la vostra L/C ed anticipa lui cash alla fabbrica».
Tradotto: l’acquirente pubblico presenta una garanzia bancaria, il dealer mette il denaro vero, il produttore incassa e la merce parte. Naturalmente, il favore non è gratis. Le mascherine costano 1, 90 o 2 euro acquistandole direttamente; con l’intervento del misterioso finanziatore salgono a 2, 20. Un meccanismo che non solo non è previsto dalla normativa ma che è irricevibile per qualsiasi Pubblica Amministrazione, finanche per quella sgangherata della gestione Covid.
Mascherine anti-Covid, il giallo dei produttori introvabili o inventati
Un nome sulla scatola dei dispositivi di protezione, un altro (diverso) nel decreto di sequestro del pubblico ministero,...«Che un privato possa anticipare dei soldi per conto di uno Stato, ricevendone poi il ristoro e anche un pagamento per il disturbo è del tutto inconcepibile», spiega un investigatore a “Libero”. «A maggior ragione se, come in questo caso, non c’è nemmeno certezza sulla identità e sul profilo di questo soggetto». Chiunque, infatti, avrebbe potuto utilizzare questo escamotage (anticipare soldi per conto di uno Stato estero e poi ottenere la restituzione garantita da una lettera di credito) per ripulire capitali sporchi. «In casi del genere è facilissimo che a muoversi siano organizzazioni criminali che hanno straordinarie disponibilità di contanti all’estero», prosegue la nostra fonte, «veri e propri tesori da riciclare e reinvestire in attività assolutamente legali come i dispositivi sanitari».
E infatti, M. si affretta a chiarire che lui con questo giochetto non ha nulla a che fare, essendosi limitato a rispondere a una richiesta d’aiuto. «Tengo a precisare», spiega, «innanzitutto che non sono un intermediario, ma un semplice cittadino italiano con numerosi contatti in Cina che ritiene possano essere utili in questo momento di crisi». Il che però apre alla domanda: chi si sarebbe fatto carico, allora, di anticipare milioni di euro per fare un favore a Palazzo Chigi?
Soldi facili con la pandemia, ma l'ordine pakistano sfuma
Nel pieno dell’emergenza pandemica, con l’Italia a caccia di mascherine e le imprese lanciate verso contratt...Quando la Lombardia risponde che non aderire alla proposta, la lettera di credito torna improvvisamente in pista: «Faccio presente», continua ancora M., «che i pagamenti possono avvenire attraverso lettera di credito irrevocabile da primaria banca a fronte dello sdoganamento qua in Italia». Primaria banca, certo. Ma quale? E soprattutto: chi avrebbe incassato quella garanzia e anticipato milioni ai cinesi? Mistero.
Il dealer resta nell’ombra: indispensabile nel meccanismo, assente nell’anagrafe. Un fantasma con il conto corrente già pronto ma, alla fine, rimasto laconicamente vuoto. Troppi problemi, troppi dubbi, e l’accordo salta. Il fantasma torna nel cono d’ombra dell’invisibilità, ma quel che l’indagine non racconta fino in fondo è se questo sistema, così disinvoltamente proposto alla Regione Lombardia, sia stato poi applicato altrove. E con quali preoccupanti risultati.




