Dei diritti senza doveri. Da anni la sinistra spinge perché l’età per poter votare alle elezioni politiche sia abbassata da diciotto a sedici anni. Le motivazioni addotte sono nobili.
«Dobbiamo allargare la fascia di peso dei giovani nella nostra società», è stato lo slogan con cui Enrico Letta, ai tempi capo dei dem, lanciò quella che egli stesso definì «una battaglia». «Va premiata la passione civile di tanti ragazzi e ragazze», gli faceva eco il predecessore alla segreteria, Nicola Zingaretti. «Se a sedici anni puoi lavorare e pagare le tasse, devi avere anche il diritto di votare», si aggiungeva l’enfant prodige Luigi Di Maio. «Sì all’abbassamento, i ragazzi hanno dimostrato con le loro mobilitazioni per il clima una grande consapevolezza civica», si schierava Nicola Fratoianni, in rappresentanza degli eco-ansiosi, con la benedizione di Angelo Bonelli, secondo cui è «una scelta di democrazia e di futuro riconoscere ai minorenni il diritto di scegliere chi governa». Ma il più perentorio è stato Giuseppe Conte: «A quell’età si ha già una piena maturità psicofisica».
Don Patriciello mette la sinistra spalle al muro: "Non volano schiaffi ma coltelli"
"Non volano più schiaffi ma coltelli". Fotografa così, don Maurizio Patriciello, la situazione d...IL REGALO
Quanta ipocrisia. Il reale motivo della proposta del voto a sedici anni è noto: Pd, M5S e Avs confidano nell’inesperienza di chi si affaccia alla vita. La scheda elettorale ai minorenni è concepita come un regalo, un diritto a cui non corrispondono doveri. La logica riflette il modo di pensare dei partiti progressisti nostrani, che sono indietro di qualche decennio Sono persuasi che i giovani di oggi siano come i loro nonni: tutti idealisti, rivoluzionari in borghese e scarsamente pratici e che quindi si orientino naturalmente a sinistra, in nome del bene collettivo al quale, non lavorando ancora, non sono chiamati a contribuire. Così solleticano i ragazzi senza però chiedere loro nulla in cambio, ma sono i primi a sapere che l’abbassamento dell’età è solo un’operazione disperata per alzare la percentuale di consensi nell’urna.
La riprova di questo è il coro di proteste che si è levato da sinistra contro il governo che ha appena approvato una legge che cambia i criteri di imputabilità dei ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni. A criticarla, guarda caso, è la stessa compagnia di giro che, quando si tratta di raccattarne il consenso, ritiene i nostri giovani dei valorosi e maturi cittadini a cui non si può negare il diritto di votare a sinistra. Abbastanza grandi per votare Pd, non sufficientemente maturi però per rispondere dei loro crimini: così la sinistra vede, con sguardo strabico, i minorenni italiani. Secondo il fronte progressista si fa prima ad avere idea da chi conviene farsi governare, cosa che sfugge peraltro alla maggioranza degli adulti, piuttosto che a capire che è sbagliato accoltellare un coetaneo o un anziano per derubarlo, vandalizzare una città o spacciare droga. Lunare, un ragionamento troppo strampalato perfino per la nostra opposizione.
Infatti, a ben vedere, i primi a non credere a quel che dicono sono proprio gli esponenti della sinistra, che tracciano scenari di autoritarismo spinto, sostengono che adesso i liceali non potranno più manifestare in piazza e parlano di stravolgimento della giustizia penale minorile. In realtà, la norma del governo non fa altro che invertire l’onere della prova dell’imputabilità. Finora chi ha meno di diciotto anni e delinque, salvi i casi gravissimi di stupro, rapina a mano armata e omicidio, è considerato incapace di intendere e volere, quindi di capire il senso del proprio gesto. Spetta al magistrato, se vuole avvalendosi della consulenza di psicologi e assistenti sociali, stabilire se invece il ragazzo sapeva quel che faceva.
Quando la proposta del governo entrerà in vigore, si partirà dal presupposto che anche un minorenne, se sopra i quattordici anni, età al di sotto della quale resta non imputabile, è punibile, salvo che non riesca a dimostrare di essere particolarmente immaturo o addirittura incapace di determinarsi liberamente. Nessuna rivoluzione, nessun potere sottratto a magistrati ed esperti; solo l’applicazione del principio costituzionale secondo cui, a situazioni diverse, vanno date risposte disuguali.
Il Pd sta coi maranza e aizza l'Italia contro Meloni: "In galera i vostri figli"
Appena approvata la legge che cambia le regole sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni, subito &e...RESPONSABILIZZAZIONE
Il messaggio che vuole dare il governo ai giovani è, come ha sintetizzato Giorgia Meloni, che chi sbaglia è giusto che paghi. L’inversione dell’ordine della prova è una responsabilizzazione dei ragazzi e permette anche, tecnicamente, di avere una giustizia più veloce e quindi più efficace. «In troppi si nascondono dietro la non punibilità» ha detto del resto Don Maurizio Patricello, il parroco anti-camorra di Caivano, facendo capire come essa in realtà favorisca l’arruolamento e la permanenza dei giovanissimi nella criminalità organizzata. In effetti, la giustizia minorile ha come fine prioritario il recupero del giovane e non la punizione. Il giovane imputabile può essere indirizzato alla messa in prova, preso in carico dallo Stato e avviato sul sentiero del recupero. Il non imputabile viene rimesso istantaneamente nell’ambiente che lo ha reso un criminale.
E a questo punto viene da chiedersi se siano più irresponsabili i criminali minorenni o gli esponenti maggiorenni dell’opposizione, che vogliono far votare degli sbarbati ma poi, se delinquono, preferiscono lasciarli nelle mani di mafia e camorra.




