Ma ve le ricordate quelle vacanze, più o meno avventurose, che andavano di moda qualche anno fa? Quelle dei “safari (incruenti) di mare”, tutti ammassati su un barchino, giacca vento impermeabile e cappellino, a scrutare l’orizzonte col binocolo e la telecamera, qui-spergiurano-che-passano-le-balene?
Siamo andati in Norvegia (ad Andoy), siamo volati in Islanda (a Husavik), i più intraprendenti si son spinti perfino in Brasile (a Prato do Rosa) o in Sudafrica (a Hermanus): ma chi glielo dice, adesso, agli intrepidi e appassionatissimi whale watcher d’Italia, che oramai basta prendere un pedalò a Sanremo? D’accordo, probabilmente pagaiando col sub non ci si arriva (dopotutto bisogna uscire al largo per una ventina di miglia), però il paradiso delle balene (delle balenottere comuni) è il mar Ligure. Guardale lì, pacifiche, quest’estate hanno avvistato almeno 150 cetacei in generale tra cui loro, lunghe anche venti metri, e pesanti pure settanta tonnellate, bestioni (elegantissimi) che al confronto un autobus cittadino sembra un giocattolino.
IL PROGETTO DI RICERCA
È che addirittura i ricercatori dell’istituto Tethys, quelli che son 38 anni che battono il Mediterraneo col progetto “Cetacean Sanctuary research”, son rimasti sbalorditi per le ultime segnalazioni: «Un numero molto alto se lo confrontiamo con gli anni passati», ammette il presidente dell’istituto Simone Panigada. Balene, delfini, capodogli (con loro gli incontri son stati in tutto trenta) e, soprattutto, moltissimi cuccioli che sono un po’ il Mediterraneo del domani ma soprattutto restano la speranza di oggi.
Chi l’avrebbe detto, presi sempre come siamo a preoccuparci (giusto) per l’inquinamento delle acque e (ancora giusto) per il riscaldamento degli oceani nonché (giustissimo) per quella piaga infinita della plastica marina, che invece nel “santuario Pelagos”, ossia nell’area progettata tra il nostro Paese, la costa francese e il principato di Monaco, tra la Liguria, la Provenza e la Corsica, ci fosse un viavai così intenso? Di grampi appena nati e tursiopi e stenelle (tre generi di delfino uno più curioso dell’altro). Oppure di zifii (cetacei) e capodogli a cui, tanto per farsi un’idea di quanto frequente risbuchino in superficie, gli addetti ai lavori han dato persino un nome (Canon). A largo della Corsica, in un’occasione, qualche fortunello si è imbattuto in una femmina di capodoglio che insegnava al suo cucciolo evidentemente appena nato a nuotare.
Colpa (per modo di dire) della catena alimentare. Il Mediterraneo è un mare povero: gli scienziati lo chiamano «oligotrofico», che tradotto vuol dire che di roba da mangiare ce n’è pochina, almeno se si fanno i conti su larga scala. Epperò il suo fondale ligure è tagliato da diversi canyon sottomarini in cui si formano correnti che spingono verso l’alto l’acqua fredda e piena di sali minerali. A questo punto cambia tutto perché quei sali nutrono il plancton, il plancton nutre il krill (una sorta di branco di piccoli gamberettini di qualche centimetro), e il krill nutre la balenottera. Un fenomeno conosciuto, certo, infatti gli avvistamenti mica son sbucati fuori adesso come novità della torrida estate 2026, però che si è intensificato in questi mesi: magari c’entra il caldo, magari è per via delle acque che son state sempre calme, magari vai a sapere, fatto sta che il risultato è quello spettacolo della natura che uno non si aspetta sotto casa, e invece è proprio così.
Non che sia tutto una cartolina senza macchie, tuttavia. Il traffico marittimo del Mediterraneo, come suggerisce il quotidiano online IlPost, rischia di diventare un problema, coi suoi 220mila mercantili all’anno a cui si devono aggiungere (appunto in questa stagione) i traghetti per le tante isole del turismo di Ferragosto. Le collisioni con questi mammifera d’acqua salata sono (non solo nel “santuario Pelagos) la prima causa di morte non naturale per balenottere e capodogli. Secondo il Wwf, in questo lasso di mare, il rischio è di tre volte più alto e ogni anno circa quaranta balenottere ci lasciano le pinne. Serve sicuramente un’attenzione maggiore.
IL WHALE WATCHING
Anche perché se c’è un ritorno di moda (gli operatori certificati per il whale watching che partono da Genova, Savona, Imperia, Sanremo e Bordighera spergiurano ai loro clienti che il 95% delle uscite va a buon fine: magari è un tantinello esagerato, però le condizioni mica mancano), le buone pratiche son le prime da tenere a mente.
Ché se la natura è così splendida da osservare, va anche mantenuta tale.




