Un documento di appena quattro paginette, scovato da Libero, rischia di inguaiare i medici sotto inchiesta per i certificati anti-Cpr e di aprire un nuovo fronte nell’indagine di Ravenna. È il protocollo firmato nel settembre 2022 dalla Prefettura e dal presidio ospedaliero cittadino, nel quale compare un passaggio destinato adesso ad assumere una particolare valenza giudiziaria: le visite dei migranti dovevano infatti essere gestite dall’Unità operativa di Pronto soccorso e Medicina d’urgenza, e non dal reparto di Malattie Infettive, che oggi conta ben 8 camici bianchi indagati per presunti falsi che avrebbero salvato decine di clandestini dal trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri. Un dettaglio amministrativo che, nell’architettura investigativa, è tutt’altro che secondario.
Il protocollo nasce in piena pandemia per risolvere un problema molto concreto. Ravenna non ha un Cpr e, prima di spostare fuori provincia uno straniero destinatario di un provvedimento di trattenimento, bisogna verificarne le condizioni di salute. E non basta una visita sommaria. Occorre accertare l’eventuale presenza di condizioni incompatibili col soggiorno, per un periodo più o meno lungo, in una comunità ristretta: gravidanza, minore età, disturbi psichiatrici, patologie acute o croniche. E il protocollo, è scritto nero su bianco, affida al solo Pronto soccorso e Medicina d’urgenza la responsabilità organizzativa del percorso di analisi clinica dei rifugiati.
Dopo tre anni, nell’estate 2025, è attivata la relativa procedura aziendale che entra in vigore l’8 settembre successivo confermando per intero il contenuto dell’accordo precedente. Ed è in quella data che, per la prima volta, viene indicata espressamente nel check diagnostico la consulenza infettivologica, insieme alla radiografia del torace, al tampone Covid per i sintomatici, al test di gravidanza e alla consulenza psichiatrica. Resta ribadito, invece, che l’iter parte (o meglio: dovrebbe partire) dal Pronto soccorso, come già stabilito nel protocollo. Dovrebbe essere il medico del Ps ad avviare gli accertamenti e a richiedere le consulenze. L’infettivologo compare, dunque, come specialista chiamato a fornire una propria diagnosi, e basta.
Leggendo le date in successione, e incrociandole con i risultati delle investigazioni, esplode la bomba. I fatti contestati agli otto medici ravennati cominciano nel settembre 2024, quasi un anno prima che la procedura aziendale inserisca formalmente la consulenza infettivologica nel percorso. Per una parte consistente del periodo esaminato dalla Procura, quindi, nei documenti oggi disponibili, quella consulenza non doveva nemmeno esistere. In base a quale disposizione i medici delle Malattie Infettive intervenivano nelle certificazioni? E chi aveva attribuito loro addirittura il potere di arrivare fino al giudizio di idoneità o non idoneità? Ad oggi una risposta non si trova. Non compare un atto che trasferisca formalmente quella competenza alle Malattie Infettive. Né viene spiegato se il protocollo del 2025 abbia sostituito, integrato o semplicemente attuato quello del 2022. Uno strano vuoto che si unisce alle tante anomalie spuntate, in questo filone. Come quella del 10 luglio 2025, quando un fac-simile di consulenza legale farlocca elaborato, secondo l’accusa, per la non idoneità di uno straniero sarebbe stato spedito, per errore, proprio alla Questura di Ravenna.
O come le contestazioni mosse all’infettivologo Nicola Cocco, coinvolto nella seconda parte dell’indagine. Nelle chat finite agli atti, il professionista avrebbe scritto: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». Per gli inquirenti non si sarebbe trattato di una semplice ricognizione dei casi, ma di uno degli strumenti utilizzati per tenere in collegamento diverse realtà territoriali impegnate sul fronte anti-Cpr. In un altro messaggio Cocco avrebbe aggiunto pure: «Gli facciamo il culo a ’sti sbirri maledetti». Possibile che nessuno, a qualsiasi livello, si fosse accorto di nulla?
Proprio sulla gestione interna dell’ospedale interviene Veronica Verlicchi, capogruppo in Consiglio comunale della lista civica La Pigna, che annuncia un esposto: «Chiediamo all’Ausl Romagna un’indagine amministrativa interna seria e indipendente», spiega al nostro giornale. «L’inchiesta penale non sostituisce il dovere dell’Azienda sanitaria di verificare se le proprie procedure siano state rispettate, se vi siano state anomalie organizzative, chi ne fosse a conoscenza e perché non siano state eventualmente intercettate». «E chiediamo», prosegue, «fin da ora che, qualora le ipotesi accusatorie dovessero trovare conferma e ne ricorrano i presupposti, Ausl Romagna valuti la costituzione di parte civile nel processo».
La combattiva capogruppo solleva anche il problema della riservatezza di informazioni sensibili: «C’è poi un capitolo a parte che considero gravissimo: quello dei dati sanitari. Nell’ordinanza cautelare e nelle conversazioni finite agli atti”, sottolinea la Verlicchi, “emerge la richiesta dell’infettivologo Cocco di ricevere copie delle certificazioni”, che il medico avrebbe effettivamente ricevuto da una dottoressa di Ravenna. “Se fosse così, e lo stesso giudice avrebbe ravvisato su questo punto una violazione della privacy”, conclude la Verlicchi, “inoltrerò una segnalazione anche al Garante della privacy”. È una slavina, ormai.




