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Garlasco ne è la riprova: riformare la giustizia serve alla gente comune

Le storture del caso Poggi/Stasi mostrano come un sistema malato e autoreferenziale possa stravolgere la vita di qualunque cittadino
di Corrado Oconegiovedì 1 ottobre 2026
Garlasco ne è la riprova: riformare la giustizia serve alla gente comune

3' di lettura

I clamorosi sviluppi del delitto di Garlasco, con le nuove indagini che parlano addirittura di test scientifici occultati, non è solo l’ennesimo atto di un episodio di cronaca inquietante e di una vicenda, quella di Alberto Stasi, oggettivamente drammatica. Essa, comunque vadano a finire le indagini, costituisce un caso politico, che interroga la coscienza civile del paese. La vicenda va infatti considerata come l’esempio più paradigmatico, anche per il suo forte impatto mediatico, dei tanti episodi di malagiustizia che il sistema giudiziario italiano registra ogni giorno. Non casi isolati, ma diffusi casi che segnalano superficialità, incapacità di sottrarsi all’opinione mediatica, errori che il sistema non è in grado di correggere e sanzionare.

Anche i tanti, maggioritari, operatori di giustizia scrupolosi e deontologicamente attrezzati, sono purtroppo spesso costretti a soccombere alle storture di un sistema e di una mentalità comune diffusa negli uffici giudiziari. Depistaggi, omissioni, impossibilità di mettere in piede un contradditorio fra ipotesi avverse, con il predominio del modello inquisitorio su quello liberale ed accusatorio, sono all’ordine del giorno, sotto gli occhi di tutti.

Senza voler fare di ogni erba un fascio, non è possibile non individuare nella erosione del principio della “certezza del diritto” il trait-d’-union che collega i tanti casi irrisolti e controversi della cronaca nera italiana alle facili scarcerazioni di delinquenti sorpresi in flagranza di reato, alla “politicizzazione” di molte sentenze, alla scarsa tutela in cui vengono lasciate le forze dell’ordine, allo stesso protagonismo mediatico di non pochi magistrati, alla loro congenita incapacità di autocritica. Sullo sfondo aleggia poi un’idea non giustizialista e non garantista di giustizia, passata dal fascismo alla Repubblica, che fa di ogni indagato un imputato a prescindere, in barba al sacro principio liberale della “presunzione di innocenza”. Insomma, ogni osservatore non prevenuto non può non convenire che il sistema fa acqua da tutte le parti e che, per continuare ad adempiere il suo compito, che è prima di tutto quello della difesa del cittadino onesto e innocente, avrebbe bisogno di una radicale riforma.

Ed è qui purtroppo l’ostacolo insormontabile che emerge: la struttura del nostro ordinamento, che forse aveva un senso quando fu messa in piedi ma che oggi è assolutamente obsoleta e fortemente ingiusta, assegna alla stessa magistratura il compito di autogoverno e di sanzione dei propri membri che sbagliano. Cosa che quasi mai avviene per la fitta rete di interdipendenza e di scambi di favore che negli organismi chiusi si creano, come da manuale. È un principio illogico, che non ha cittadinanza in nessun ambito della vita sociale, ove non può esserci comunanza di interessi e di ruolo fra giudicati e giudicanti.

Ad essere prime vittime di un sistema autoreferenziale siffatto è la gente comune, il semplice cittadino, che ha ormai introiettato il principio che ogni procedimento giudiziario è una sorta di terno al lotto, che bisogna affidarsi al fato per uscirne vivi e ove il buon senso è spesso accantonato in nome di pregiudizi, sicumera, arroganza. Visto il “problema giustizia” in questa diversa, e più vasta, ottica, l’aspetto, pur rilevantissimo, dell’impossibilità di un controllo politico e democratico sulle scelte della magistratura, interessando una fetta rappresentativa ma limitata della società, è quasi secondario.

Indubbio errore della destra al governo, nella recente campagna referendaria, è stato quello di non avere ostacolato con questi solidi argomenti la propaganda dell’opposizione, concentrandosi su aspetti tecnici e risultando non poche volte cavillosa e professorale. In un mondo dominato da slogan, da furbesche e false operazioni di marketing elettorale, la sinistra giustizialista è riuscita a far passare l’idea, divenuta percezione comune, che si volesse mettere il bavaglio agli operatori di giustizia e attentare in questo modo alla Costituzione. Si presenterà più l’occasione di immettere dosi di democraticità in un sistema che non casualmente genera i “casi Garlasco”?