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I volontari pro-migranti stufi dei migranti violenti

di Daniela Mastromatteidomenica 11 ottobre 2026
I volontari pro-migranti stufi dei migranti violenti

3' di lettura

L’accoglienza si ferma per minacce. A Trieste le associazioni che distribuiscono cibo e offrono assistenza ai migranti, arrivati dalla rotta balcanica, hanno deciso di fermarsi per una settimana. A rendere insostenibile la situazione, secondo i loro responsabili, è un piccolo gruppo di persone che avrebbe intimidito proprio chi si occupa di aiutarle. Il cortocircuito è evidente: anche chi pratica quotidianamente la solidarietà deve misurarsi con il problema che governo, prefetture e forze dell’ordine affrontano ogni giorno. Come proteggere le persone, garantire la convivenza e impedire che uno spazio pubblico diventi il territorio dei più aggressivi. Le buone intenzioni spesso non bastano e non fanno da servizio d’ordine. La testimonianza di Gian Andrea Franchi, vicepresidente di Linea d’Ombra, è esplicita. «In questi giorni si sono verificati episodi spiacevoli e inaccettabili», racconta al Piccolo. Poi precisa: «Un afghano, ex detenuto, ci ha ripetutamente minacciati, ci ha aggrediti verbalmente, arrivando a strattonarci».
Secondo Franchi, l’uomo e un connazionale starebbero influenzando altri migranti presenti in piazza della Libertà. Il principale responsabile, già noto alle forze dell’ordine, accuserebbe l’associazione di avere provocato la sua incarcerazione. 

«Un piccolo gruppo in realtà, ma la situazione è diventata problematica», sottolinea il vicepresidente. È una precisazione che rende il quadro più significativo, non meno grave. Non occorre che un’intera piazza diventi violenta: basta che pochi riescano a condizionarla. Il risultato è che i volontari si ritirano e l’assistenza viene sospesa anche per chi non ha minacciato nessuno. La prepotenza presenta il conto anche ai più vulnerabili. Franchi aggiunge un elemento che merita attenzione: «Evidentemente nella piazza gravita anche un gruppo che campa di vari traffici. C’è un mondo che non conosciamo». È la sua valutazione, non un accertamento giudiziario. Ma descrive il limite di un presidio umanitario quando si trova davanti a dinamiche che richiedono indagini, prevenzione e interventi di polizia. Accogliere, offrire pasti, abiti e un tetto è una cosa; contrastare eventuali attività illecite è un’altra. Da qui la decisione presa insieme alla moglie Lorena Fornasir, presidente di Linea d’Ombra, e alle altre associazioni: fermarsi per una settimana e lasciare diminuire la tensione. Alla preoccupazione per le minacce ricevute sui social, comprese intimidazioni contro la propria abitazione e riferimenti ai forni crematori, si aggiungono le condizioni di salute di Fornasir, che, riferisce il marito, ha contratto una polmonite batterica che, ipotizza, potrebbe essere collegata alla sua attività. La pausa, dunque, nasce da un intreccio di minacce, stanchezza, problemi di salute. E da qualcosa di molto più concreto che si cela dietro una domanda: come si può accogliere qualcuno che intimorisce e non ci fa stare tranquilli? È la stessa tranquillità che reclamano residenti, commercianti, viaggiatori e lavoratori della zona della stazione. La sicurezza ha questa caratteristica poco compatibile con le divisioni da talk show: serve anche a chi non condivide la politica del governo.

Il 7 ottobre è scattato un servizio straordinario disposto nell’ambito del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. In piazza erano presenti circa settanta persone. Due cittadini stranieri sono stati accompagnati in Questura per verifiche sulla loro posizione; per undici sono stati fissati appuntamenti relativi alle procedure di richiesta d’asilo. Durante i controlli un soggetto avrebbe cercato di liberarsi di circa 25 grammi di hashish. La ricostruzione diffusa dalla Questura richiama condotte aggressive nei confronti di due giornalisti e di una volontaria. Alcuni frequentatori avrebbero mostrato insofferenza verso la presenza di persone esterne, comportandosi come se la piazza fosse uno spazio di loro esclusiva pertinenza. Una piazza, però, non si assegna a chi urla più forte. Non diventa proprietà di chi minaccia, né un luogo nel quale giornalisti e volontari debbano chiedere permesso per entrare. Se qualcuno pretende di stabilire chi può restare e chi deve andarsene, il problema ha già superato il campo della buona volontà. Qui sta il punto politico: l’accoglienza senza una gestione efficace dei flussi, dell’assistenza e della sicurezza può produrre situazioni difficili da governare. Il caso di Trieste mostra che a subirne le conseguenze possono essere anche i suoi sostenitori più convinti. Proteggere chi ha bisogno e fermare chi commette illeciti sono responsabilità che devono procedere insieme. Per una settimana i volontari possono sospendere il servizio. Lo Stato invece non può sospendere il proprio. È chiamato a garantire quella tranquillità che, quando manca, diventa urgente anche per i paladini dell’accoglienza.