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Le proteste degli studenti solo sciape imitazioni della rivoluzione del '68

Scoppiava di colpo, "con la partecipazione di tutti", un momento “rivoluzionario”: si aveva la sensazione dell’irrompere di un mondo nuovo di cui si voleva essere parte anche se non ci si era mai occupati di politica
di Antonio Soccisabato 17 ottobre 2026
Le proteste degli studenti solo sciape imitazioni della rivoluzione del '68

3' di lettura

Il filosofo francese Alain Finkielkraut, nel libro L’identità infelice (Guanda), racconta il suo maggio ’68: «Sono nato a Parigi il 30 giugno 1949. Nel maggio del ’68 stavo concludendo, presso il liceo Henri-IV, il mio anno di khâgne, propedeutico al concorso di ammissione all’École normale supérieure. Mi ero trasferito in campagna per preparare l’esame con un amico... Fui dunque preso alla sprovvista dagli eventi, quando irruppero senza preavviso... li seguii fin da subito con l’orecchio incollato alla radio».

E fu come il divampare di un contagio: «Non volevo e non potevo restare in disparte. Rientrato a Parigi dopo i primi scontri fra studenti e polizia, vissi in pieno quel momento di grazia». Scoppiava di colpo, «con la partecipazione di tutti», un momento “rivoluzionario”: si aveva la sensazione dell’irrompere di un mondo nuovo di cui si voleva essere parte anche se non ci si era mai occupati di politica, prima di allora, e non si conosceva bene neanche il significato delle parole e degli slogan che si urlavano.

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Finkielkraut racconta: «Niente sfuggiva alla critica, ci s’inebriava nel ripensare tutto, nel rivedere tutto, nel rifare tutto... il verbo riempiva lo spazio. Un verbo, è vero, molto codificato: io, che non ero mai stato politicamente impegnato, scoprii in me, come la maggior parte dei miei interlocutori, una sorprendente capacità di comprendere e di parlare l’idioma rivoluzionario. Cantavo Bella ciao manifestando in boulevard Saint-Michel, partecipavo alla redazione di manifesti, perdevo la voce nelle assemblee generali e insieme ad altri studenti di khâgne, stregati dallo slogan “Siate realisti, chiedete l’impossibile!”, pretendevo che il concorso venisse rinviato a settembre».

La sua bonaria ironia fa capire un fenomeno che un altro pensatore francese, René Girard, aveva definito come “contagio mimetico”. È particolarmente visibile fra i giovani e non si verifica solo in politica, nell’aggregarsi al gregge per qualche “grande causa” (spesso neanche compresa). È pure la logica della pubblicità e della moda. È il motivo per cui i giovani appaiono spesso così conformisti ed esposti alla manipolazione. In particolare con il conformismo dell’anticonformismo. Girard infatti ha demolito il mito della “spontaneità” che è il pilastro psicologico del ’68 (e non solo). In Menzogna romantica e verità romanzesca spiega - lo sintetizzo con parole mie – che l’uomo è strutturalmente abitato da un desiderio (infinito e insaziabile), ma senza sapere “cosa” desidera. Perciò inconsapevolmente imita il desiderio di altri e in ciò si esprime “il desiderio di essere un altro”. La letteratura è uno di questi mediatori: per esempio in Don Chisciotte, in Madame Bovary, nella vicenda di Paolo e Francesca.

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Ma anche la pubblicità ha la stessa logica: credi di desiderare “spontaneamente” quella bibita o quell’abito perché (senza saperlo) vuoi diventare come colui o colei che la pubblicizza, vuoi appartenere a quel mondo mitizzato, divinizzato (ci sono i “divi” dappertutto). Credendo di saziare così il desiderio infinito che ti consuma. La smania di “esserci” (a Parigi, nel maggio ’68) e il diventare di colpo un “rivoluzionario” come gli altri – secondo il racconto di Finkielkraut – è la perfetta descrizione della dinamica universale esposta da Girard.Le periodiche rivolte studentesche, anche di questo periodo, sono, a loro volta, l’imitazione di quel vecchio modello. E si susseguono ormai come stanche recite, senza originalità. Ciò non significa che talora non possano esserci motivi di protesta o legittime richieste, ma non è il caso di questi giorni. Anche perché le legittime richieste si esprimerebbero in forme pacifiche e rispettose degli altri. La postura da “rivolta generazionale” dice altro: è l’invenzione del mito ideologico. Del resto è sempre più evidente, in questi episodi, l’interferenza della politica e il tentativo costante di strumentalizzazione che svela il gioco demitizzando tutto. Infatti è solo una minoranza che urla. Non a caso, anche in Francia, secondo una statistica, il 97% degli studenti non partecipa alle occupazioni.

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