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A Roma gli ebrei cacciano l’Anpi

La Comunità della Capitale allontana la delegazionei dalla commemorazione del rastrellamento del Ghetto. Il presidente Fadlun: "Non li vogliamo a nessun’altra celebrazione contro il nazifascismo". E loro frignano...
di Daniele Dell'Orcosabato 17 ottobre 2026
A Roma gli ebrei cacciano l’Anpi

3' di lettura

«Fuori, fuori». «Vergogna». «Dovete andare via». Stavolta ad essere cacciati da una commemorazione antifascista sono proprio quelli che dell’antifascismo hanno fatto la propria ragione di vita.

Succede nel Ghetto di Roma, nel giorno più doloroso per la Comunità ebraica della Capitale, l’anniversario del rastrellamento del 16 ottobre 1943. Ottantatré anni dopo la deportazione di 1.022 ebrei romani nei campi di sterminio nazisti, l’Anpi è riuscita ieri nell’impresa di rivelarsi di troppo persino in quella cerimonia. E soprattutto di presentarsi come vittima di un’esclusione che, a giudicare dalle parole dei rappresentanti della Comunità, ha contribuito a provocare.

Il presidente Victor Fadlun era stato chiarissimo già giovedì. L’Associazione nazionale partigiani non era gradita e avrebbe dovuto avere la sensibilità di farsi da parte. Ma niente da fare. La delegazione romana si è presentata ugualmente al Portico d’Ottavia, stendardi al seguito, provocando la reazione di alcuni esponenti della Comunità ebraica. Urla, contestazioni, forze dell’ordine impegnate a impedire contatti tra i gruppi e cerimonia momentaneamente interrotta. Soltanto dopo l’allontanamento delle delegazioni partigiane dal perimetro transennato, e con l’arrivo del sindaco Pd Roberto Gualtieri, la commemorazione è potuta riprendere.

«Siamo stati attaccati», ha denunciato Marina Pierlorenzi, presidente dell’Anpi romana, spiegando che i contestatori non volevano l’associazione perché pro-Pal. Il che è riduttivo, giacché ad essere contestato è pure l’atteggiamento ostile dell’antifascismo militante verso la presenza della Brigata ebraica nelle celebrazioni della Liberazione. Specie sopo il 7 ottobre. Quella stessa presenza che oggi, a parti invertite, l’Anpi pretende sia riconosciuta come un diritto indiscutibile.

Siccome l’Associazione partigiani ha comunque scelto di presentarsi, la replica di Fadlun è stata durissima: «Non si va in casa d’altri durante un lutto senza essere ben accetti». Ha ricordato che dei 1.022 deportati tornarono soltanto sedici persone, nessun bambino. E ha definito la presenza dell’Anpi «una provocazione». Non basta: il presidente della Comunità ebraica chiede che l’associazione venga esclusa anche dalle altre occasioni dedicate alla Memoria e alla lotta contro il nazifascismo, ricordando il contributo di duemila partigiani ebrei alla Resistenza. «Anpi non partecipi alle nostre commemorazioni. Li apprezzeremo di nuovo quando torneranno a essere custodi autentici della memoria e di un patrimonio ideale condiviso».

Pernacchie sonore all’orecchio di chi si considera depositario dell’eredità resistenziale. Perché non è che si possa attribuire anche questa polemica a qualche nostalgico immaginario del Ventennio. Qui a contestarne la natura ideologica sono gli eredi di una comunità perseguitata dalle leggi razziali e dalla macchina dello sterminio, che rivendicano il diritto di non vedere trasformato il proprio lutto in una passerella associativa. Il paradosso allora è davvero clamoroso: l’Anpi invoca una memoria condivisa ma si ritrova respinta proprio da una delle comunità che quella memoria la vuole custodire. L’associazione prova a fare la vittima tirando in ballo anche gli incidenti del 25 aprile, quando due suoi iscritti furono feriti da colpi sparati con un’arma ad aria compressa dal giovane Eithan Bondì, della Comunità ebraica. Un episodio gravissimo, sul quale è stato avviato un procedimento giudiziario. L’Anpi lamenta di attendere ancora una condanna da Fadlun. Peccato che il presidente della Comunità ebraica avesse già espresso «sgomento e indignazione», dissociandosi «senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica». Una circostanza documentata dalle cronache di aprile, che rende quantomeno discutibile la polemica di ieri.

Resta allora una domanda: quale idea di memoria collettiva un’associazione che pretende di stabilire chi possa sfilare il 25 aprile e poi rivendica il diritto di presenziare alle cerimonie altrui anche contro la volontà di chi le vive come un lutto familiare? L’antifascismo si dimostra per l’ennesima volta solo un lasciapassare per ignorare le sensibilità degli altri.

Alla fine il sindaco Gualtieri ha deposto la corona, la commemorazione si è conclusa, l’Anpi è rimasta fuori. Tutto tra le macerie politiche. Se persino la Comunità ebraica di Roma arriva a chiedere ai partigiani di stare lontani dalle celebrazioni della memoria, a via degli Scipioni dovrebbero pensare a distribuire meno patenti di antifascismo in giro e cominciare a domandarsi perché nemmeno chi ha conosciuto sulla propria pelle le conseguenze del nazismo voglia più averli accanto.