Nessuna resa, nessun passo indietro. La decisione della Procura della Repubblica di Milano di non insistere per mandare in cella Youssef Siher, l’influencer degli scontri di piazza del mese scorso, è diventata ufficiale ieri, quando l’ultimo termine per presentare ricorso contro la scarcerazione del trentenne italo-palestinese è scivolato via senza che nulla accadesse. A determinare la scelta del procuratore Marcello Viola e del suo sostituto Francesca Crupi non è stato un ripensamento sulla pericolosità di Siher né sulla gravità del saccheggio del centro di Milano. È stata semplicemente una decisione dettata dal realismo. Dopo la levata di scudi di buona parte della magistratura organizzata e dei vertici degli uffici in difesa della scarcerazione di Siher, un ricorso della Procura sarebbe andato a sbattere contro lo stesso muro di gomma. È il muro che ritiene legittima la decisione del giudice preliminare Tiziana Cantoni di liberare l’estremista anti-israelano, considerato dalla Cantoni semplicemente un libero pensatore e un civile contestatore del governo Meloni.
Le prese di posizione del “capo” della Cantoni, il presidente dei giudici preliminari Vincenza Maccora, del presidente del tribunale Fabio Roia, dell’Associazione nazionale magistrati e delle correnti di maggioranza del Csm hanno fatto capire che la linea morbida nei confronti dell’influencer della rivolta ha solidi appoggi. Insistere avrebbe voluto dire andare incontro a una probabile nuova sconfitta, e a quel punto la riabilitazione di Siher avrebbe condizionato gli sviluppi futuri dell’inchiesta.
Istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo: questa è l’accusa per cui Siher continua ad essere indagato, primo tassello della rete che l’indagine milanese punta a ricostruire. È un’indagine complessa, articolata su due livelli. Da una parte punta a chiudere i conti con gli operativi della devastazione del centro cittadino del 17 e 18 ottobre: a venire arrestati in flagrante sono stati giocoforza i più sprovveduti dei manifestanti, ed anche per questo i magistrati hanno avuto gioco facile nel liberarli pochi giorni dopo. La massa di foto e di video eseguiti durante gli scontri ha permesso di ritrarre però anche i leader della rivolta, un numero piuttosto ridotto di giovani che ricorrono nei momenti chiave degli attacchi, dei quali è in corso l’individuazione e che verranno colpiti al momento opportuno da richieste di cattura. In parallelo viaggia l’indagine sulla regia occulta del caos, che - secondo quanto emerso con chiarezza - non ha avuto nulla di casuale o improvvisato.
Di fatto, con la scarcerazione di Siher la giudice Cantoni (cui è stata assegnata l’altro ieri la scorta per proteggerla dagli insulti e minacce ricevute) ha sconfessato quanto un suo collega di ufficio e di corridoio, il giudice preliminare Fabrizio Filice aveva scritto appena pochi giorni prima convalidando alcuni arresti: «L’autoconvocazione via social» dei giovani e giovanissimi devastatori era «preordinata alla realizzazione delle violenze sotto un’insegna volutamente generica di istanze sociali varie» con il «deliberato scopo di dare sfogo a una violenza indiscriminata e incontrollata», l’attacco al centro di Milano faceva parte di «un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico». È questo, sancito nell’ordinanza del giudice Filice, il solco in cui continua a muoversi l’indagine della Procura: convinta che del progetto uno degli esecutori fosse proprio Siher.




