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Sala dice la verità: un errore creare quartieri ghetto

Secondo il sindaco San Siro è diventato delicato per una serie di decisioni sbagliate da parte di tutti: perso l’equilibrio sociale
di Simona Bertuzzimercoledì 1 luglio 2026
Sala dice la verità: un errore creare quartieri ghetto

4' di lettura

Sarà che il mandato volge al termine e la sinistra inclusiva e buonista ha speso tutte le sue carte. Ma alla fine anche il sindaco Beppe Sala ha dovuto capitolare e ammettere senza troppi giri di parole che i quartieri ghetto non funzionano, creano disparità sociali e classi scolastiche dove i ragazzini italiani scappano non per razzismo, dabbenaggine o diffidenza ancestrale e ottusa nei confronti dello straniero, ma per paura di non imparare niente e restare indietro nella scala sociale.
Colpa di chi? «Di decisioni sbagliate da parte di tutti», ha ammesso Sala.

Comune e Aler (l’ente regionale che gestisce parte delle case popolari) non si sono accorti che il numero di stranieri cresceva a dismisura nei palazzoni di periferia e il cosiddetto equilibrio sociale veniva «minato» alla base da «una proporzione sbagliata tra italiani e non italiani». L’esempio più eclatante è San Siro, il quartierone a ridosso dello stadio Meazza che in passato era sinonimo soltanto di ville residenziali e strade silenziose dove la ligéra cercava pertugi creando atmosfere rarefatte. Nel tempo il fortino dei cori ultrà, delle corse dei cavalli e dei concertoni a squarciagola ha ceduto metà della sua superficie a una presenza crescente di immigrati, per lo più islamici, che qualcuno ha benedetto e molti hanno stigmatizzato. La Milanistan.

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Non ti accorgi di nulla finché non oltrepassi il reticolato delle dimore recintate ed eleganti ed entri nel cuore di quelle stradine (via Mar Jonio, viale Aretusa, via Abbiati) e di quei palazzi dove le case hanno le parabole alle finestre e i graffiti sui muri e nei cortili interni sopravvivono – quasi per miracolo e quasi sempre prese di mira da un bulletto poco incline alle preghiere – le edicole con le madonnine velate. Ormai vige la regola del più forte e una specie di norma non dichiarata per cui lo straniero – nel caso specifico l’italiano viene avvistato subito e seguito da ragazzotti incaricati di fare le sentinelle coi cani pitbull al quinzaglio.

Le donne velate vanno e vengono dai caseggiati portando i bimbi in carrozzina. Alcune indossano il niqab e non si sentono a disagio: si infilano nel traffico e tra le bancarelle del mercato facendo sembrare quel rito, e quel viso prigioniero di un velo, un pezzettino di normalità. Mentre nei palazzoni Aler - dove da qualche tempo la Regione ha messo in campo una politica di sgomberi e riassegnazioni - le pensionate non dormono la notte per accertarsi che nessuno forzi gli ingressi di casa e prenda dimora nel loro salotto.

850 le occupazioni abusive stimate in anni recenti, adesso qualcuna in meno ma la strada è lunga. Pare che tempo fa i signori del racket si accomodassero ai tavolini in mezzo alla piazza a prendere nota delle richieste. Arrivavano la mattina e se ne andavano la sera. Mentre gli angoli della strada si riempivano di masserizie, abiti usati e ogni rifiuto urbano possibile perché il concetto di raccolta differenziata non aveva vita facile in una comunità di residenti recalcitranti alle regole. La politica, e la sinistra in primis, non si sono accorte di nulla o di molto poco fino a che un settembre di qualche anno fa non è suonata la campanella della scuola di via Paravia e la preside dell’istituto ha annunciato - con una certa soddisfazione delle insegnanti che intravedevano una nuova missione educativa in quella babele di lingue e nazionalità - che i bambini stranieri erano più degli italiani ma tutto avrebbe funzionato. Poi però i bambini stranieri sono diventati la maggioranza e l’attimo dopo la totalità. E gli italiani sono scappati tutti. Non per razzismo. Ma per timore che i figli restassero indietro e l’inclusione adombrata dalla sinistra fosse lettera morta o il classico specchietto delle allodole per racimolare voti.

Oggi quel quartiere è diventato «delicato», ammette Sala. L’associazionismo funziona ma si è diviso in due rami: chi contesta le occupazioni e chiede legalità e chi invece contesta gli sgomberi. Le piazze sono spartite tra nordafricani e rom. I milanesi sempre più rari e gli agenti visti come il fumo negli occhi. «Dagli allo sbirro» è la voce più tradotta nel quartiere che in piazza Selinunte ha il suo presidio. Basta un dato di cronaca: il capodanno del 2024, quando i ragazzi dei casermoni per festeggiare l’anno incendiarono oggetti e rifiuti e poi presero a sassate gli agenti. La legge dei maranza. Che dominano il campo con le loro gang, e in giro sguinzagliano “i cavallini” per distribuire la droga che ormai si porta a domicilio.

Dice Sala che «le piazze sono gli unici luoghi di aggregazione rimasti, ma non hanno ormai nessuna logica di contenitore del sistema sociale che indirizzi i giovani a fare qualcosa». Vengono in mente le piazze tattiche che il Comune distribuisce come panacea di ogni male. Anch’esse in certe zone diventano catalizzatori di degrado. Ma nessuno lo ammette mai. Il punto è che a fallire non è una piazza sbagliata o un’idea di inclusione, ma un modello di amministrazione che predicando accoglienza e inclusione senza regole, e stigmatizzando la sicurezza come un lascito di governi vetusti e fascisti, non ha tenuto conto di una realtà molto semplice: i quartieri ghetto non funzionano perché diventano trappole di povertà, perché l’eccessiva concentrazione di edilizia pubblica crea isolamento, perché la polarizzazione (di qua le case fighette di là i casermoni delle classi disagiate, di qua la legalità e di là le occupazioni) scoraggia gli investimenti e alimenta la corsa al ribasso. Per non dire della mancanza di sicurezza. Un cane che si morde la coda. E ha ragione Sala a dire che si è perso l’equilibrio sociale. Ma non è colpa di tutti, è responsabilità di chi amministra. Sarà per questo che gli alleati tacciono? Imbarazzo o mea culpa?

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