Sono ormai 10 anni che la narrazione dominante della Milano targata Giuseppe Sala ruota attorno all’ossessione per la sostenibilità e per la transizione ecologica. È evidente come l’ambizione del Comune sia stata quella di imporsi come capitale morale in questo senso, diventando quella metropoli verde, fresca e resiliente ai cambiamenti climatici di cui si sente nei proclami. Eppure, oltre a slogan sulla presunta “città dei 15 minuti” e battaglie ideologiche alle auto a colpi di Ztl e ciclabili, i fatti dimostrano che, quando la stagione estiva picchia, la bolla della propaganda si sgonfia, lasciando a nudo una realtà fatta di sciatteria, soluzioni di facciata e un’incompetenza gestionale.
Esempi lampanti di questo fallimento gli esperimenti di arredo urbano - da mani nei capelli - che hanno costellato l’estate milanese. Se lo scorso anno l’amministrazione inaugurava le pergole nelle piazze tattiche come fossero l’ennesimo prodigio di architettura sostenibile, la stagione attuale ha segnato un ulteriore passo indietro verso l’anti-estetica e l’inefficacia.
SOLUZIONI FALLIMENTARI
Sebbene sia noto che l’unica soluzione all’afa sia una seria e programmata piantumazione di alberi ad alto fusto, in grado di creare reale ombra e abbassare le temperature, quest’anno le piazze di Milano si sono popolate di improvvisate “vele ombreggianti” e “fontanelle” temporanee contenute in tristi pannelli di legno. Come in piazzale Gabriele Rosa in Corvetto o in via Monte Ortigara, poco più a nord, ad esempio, dove attorno a quello che pare un residuo di uno strano cantiere è tutto allagato: per ragioni igienico-sanitarie l’acqua deve fluire costantemente e l’assessorato non ha trovato soluzioni migliori.
Per gli interventi di quest’anno, tuttavia, Palazzo Marino ha evitato di fare particolare pubblicità, a differenza dello scorso anno quando il sindaco in persona aveva inaugurato la pergola di via Turroni in Crescenzago. «Dalle pergole inaugurate in pompa magna siamo passati alle vele ombreggianti: vere schifezze usate ormai come dormitorio», attacca il consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Francesco Rocca. «Per non parlare di quei cubi orribili usati come fontanelle, che sono di una sciatteria da città del terzo mondo. È terzomondismo applicato al decoro urbano». Una critica politica, quella di Rocca, che va oltre alla già legittima critica estetica, dato che le soluzioni trovate paiono un attentato al decoro e alla vivibilità, proprio dal momento in cui l’intera sinistra milanese fa della questione climatica la sua prima battaglia.
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A smontare il tormentone verde ci sono però i dati ufficiali estratti dagli stessi uffici comunali. «Continuano a prendere in giro i milanesi con queste trovate per dire che stanno fronteggiando i cambiamenti climatici», prosegue Rocca. «Si dimenticano però che solo lo 0,19% di nuovo verde è stato effettivamente realizzato, come emerso dalla risposta alla mia interrogazione presentata all’assessora Grandi». Un dato sconfortante che mette in luce un cortocircuito gestionale sistematico: si piantano giovani esemplari (che gonfiano i numeri) e li si abbandona al loro destino nei mesi più caldi senza un’adeguata irrigazione, li si lascia seccare e poi si procede a nuove piantumazioni. Un copione che quest’anno, viste le elevate temperature, si è ripetuto in varie zone di Milano ed è stato denunciato dai residenti: dal caso della moria sulla Collina dei Ciliegi in Bicocca a quello nella nuova piazza Caiazzo, dove buona parte dei giovani fuscelli non gode di buona salute già a pochi mesi dall’interramento.
Interventi che, oltre a pesare sulle casse comunali, non produrranno mai quell’ombra e quel refrigerio che può arrivare soltanto da piante alte e ben radicate. Una moria diffusa di fronte alla quale la risposta affannata dell’assessorato sono state una trentina di autobotti in affitto dai contadini dell’hinterland per dissetare le nuove piante, ammettendo che ogni esemplare necessita di ben 150 litri d’acqua e che per la partecipata MM è difficile da gestire a regime.
IN OTTICA ELETTORALE...
Infine, come fa notare ancora Rocca, con il recente Piano del Verde e del Paesaggio, l’intenzione della Giunta Sala pare proprio quella di rimandare il giudizio sul proprio operato così avanti da nascondere di fatto il fallimento sul tema principe del programma: un respiro pianificatorio al 2050 che puzza di furbizia, «considerato che viene presentato a un anno dalle elezioni amministrative da una Giunta che tra 25 anni non avrà alcuna responsabilità politica da rendicontare. Programmare per un quarto di secolo consente di annunciare traguardi ambiziosi senza il fastidio di doverne rispondere». Così, l’amministrazione, invece di impegnarsi, si riserva la facoltà di «valutare», ovvero agire senza vincoli e, quindi, senza responsabilità.




