Mentre già oggi probabilmente inizierà la discussione in Parlamento sulla nuova legge elettorale, entro il 20 gennaio la Corte costituzionale deve decidere sull' ammissibilità del quesito referendario, proposto da otto Regioni su impulso della Lega, in merito all' abrogazione della parte proporzionale dell' attuale legge elettorale. Soffermiamoci anzitutto su questo. La Consulta, nel suo orientamento ormai consolidato, ha stabilito che un quesito referendario in materia elettorale è ammissibile se dall' esito abrogativo del referendum esce una legge immediatamente applicabile. Il quesito formulato da Roberto Calderoli intende abrogare la parte proporzionale del Rosatellum (Legge n. 165/2017) in modo che si vada a votare con un sistema elettorale puramente maggioritario, coi collegi uninominali a turno unico (all' inglese). Geniale, ma c' è un problema. Nel caso il referendum avesse un esito abrogativo, il governo - con decreto legislativo delegato - dovrebbe ridisegnare i collegi uninominali, ma perché ciò accada occorre una delega del Parlamento all' Esecutivo. Delega che però non può essere concessa da una nuova legge perché, come la Corte costituzionale ha più volte sottolineato, la legge che resta in piedi a seguito del referendum deve essere immediatamente applicabile. Calderoli è certamente consapevole di questa difficoltà, per questo ha formulato il quesito in modo da sfruttare due deleghe già esistenti, vale a dire quella formulata dall' art. 3 del Rosatellum e quella prevista dall' art. 1 lettera f) e dall' art. 4 dell' Italicum (Legge n. 52/2015). Qui però un problema giuridico esiste. La prima delega, cioè quella connessa al Rosatellum, è già stata utilizzata dal governo Gentiloni, e non può essere utilizzata una seconda volta. Medesimo discorso per la seconda delega. Entrambe le deleghe, insomma, tecnicamente non possono essere usate una seconda volta. Difficile pensare che la Corte costituzionale non tenga conto di questo elemento. Ma ammettiamo che la Corte riconosca la legittimità del quesito referendario: in questo caso sarebbe la maggioranza giallo-rossa ad impedire comunque il referendum abrogativo approvando in breve tempo una nuova legge elettorale che renda superfluo l' oggetto del contendere. Pd, 5Stelle, LeU e ItaliaViva, vale a dire i quattro partiti che formano l' attuale maggioranza, non consentiranno mai che si vada a votare con un sistema elettorale maggioritario, perché questo sistema consegnerebbe a Salvini e Meloni una maggioranza schiacciante. Per questo già domani dovrebbe arrivare in Parlamento (in commissione) una proposta di legge elettorale proporzionale voluta dai partiti di maggioranza, sulla quale c' è da risolvere solo il nodo della soglia di sbarramento e se prevederla su base nazionale o circoscrizionale. Indipendentemente dal destino referendario, Salvini ha due opzioni: accordarsi con qualcuno della maggioranza perché la soglia di sbarramento non sia inferiore al 4% su base circoscrizionale, in modo che la Lega - come primo partito in gran parte delle circoscrizioni - fagociti i seggi dei partiti minori nelle circoscrizioni più piccole. Soluzione che converrebbe anche a Pd e 5Stelle, i quali si vedrebbero attribuire più seggi rispetto a quelli che otterrebbero con una soglia di sbarramento su scala nazionale, ma che non conviene a Renzi, che in parecchie circoscrizioni non prenderebbe né voti né seggi. Il leader di ItaliaViva ha infatti chiesto agli altri alleati di governo una soglia di sbarramento del 3% su base nazionale, non circoscrizionale. Ma sulla percentuale della soglia il senatore di Firenze è disposto a trattare. Come può Salvini inserirsi in questa discussione? Potrebbe, ed ecco la seconda opzione, proporre una soglia di sbarramento al 4% su base nazionale, in modo da accontentare un po' tutti i partiti e portare a casa per la Lega "il meno peggio". In fin dei conti una legge elettorale proporzionale, con soglia di sbarramento al 4% a livello nazionale, porterebbe comunque Salvini e Meloni al governo, con l' aiuto dei seggi ottenuti da Berlusconi. Un compromesso accettabile, a patto però di concordare con qualcuno della maggioranza il ritorno alle urne entro la fine della primavera. Inseguire il referendum non basta, ci vuole un piano B fattibile. E potrebbe essere quello che abbiamo qui proposto. di Paolo Becchi e Giuseppe Palma




