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La rivoluzione può attendere. Il Nobel lo Vince Ernaux (ma era meglio Houellebecq)

Annie Ernaux

Francesco Specchia
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All'Accademia di Svezia la rivoluzione - ancora una volta - può attendere. «Beninteso: è una donna, siamo sempre felici quando vinciamo noi. Però, almeno Houellebecq prova sconvolgerci...», così commenta, sottovoce, un'impegnata e impegnativa collega intellò delle redazioni culturali, la notizia della vittoria del Nobel della Letteratura a Annie Ernaux.
Ecco, quando da sinistra esala un entusiasmo rarefatto per la vittoria del Nobel della Letteratura a Ernaux, donna e gauche, a scapito di Michel Houellebecq, uomo e assai droit; quando riverbera il lampo della delusione per una scrittrice che bordeggia da sempre temi sociali (l'aborto clandestino, l'ambiente operaio, il sesso visto dalla femministe); quando tutti sono compiaciuti - compreso Macron ma nessuno entusiasta; be', è in quel preciso momento, che ti rendi conto che Houellebecq, un tizio che scrive libri dal titolo Sottomissione o Annientare spargendo napalm sulle pagine, non avrebbe mai issato il Nobel al cielo.


IL RICORDO In Ernaux c'è la qualità, certo; ma nei giurati è mancato il coraggio, la trasgerssione, la voglia di disrupture. Non che sia un dramma. L'assegnazione del premio alla Ernaux, alla stregua dei precedenti a Louise Glück o a Alice Munro, è sicuramente una quota rosa con un senso letterario compiuto. Ernaux è un classicone.
Francese di Lillibone, classe 1940, insegnante per molti anni a tempo pieno nei licei francesi, la scrittrice nasce figlia di operaio poi bottegaio, dalla cui classe sociale s' affranca per entrare in quella - diceva Sartre - dei "dominanti". Ha alle spalle un matrimonio fallito con due figli a carico, la morte precoce dei genitori, un nugolo di sensi di colpa, un'interruzione volontaria di gravidanza, la monotonia di una vita da casalinga; tutto materiale utilizzato, tra l'altro, per alcuni personali esorcismi nelle sue prime tre opere tre opere, Gli armadi vuoti (1974), Ce qu' ils disent ou rien (1977) e La Femme gelée (1981). Per non dire de Il posto ('83) e Una donna ('88) storie dei propri genitori descritte in modo entomologico, con la fissità delle farfalle trafitte con uno spillone. C'è un passo straordinario, per dire, in cui la scrittrice fotografa il padre a tavola, banalmente mentre mangia, come in un quadro impressionista.
Per restare nella bibliografia, è doveroso ricordarne il romanzo L'evento, in cui Annie racconta la dolorosa esperienza dell'aborto clandestino quand'era studentessa appunto, e dal quale è stato tratto il film L'Événement vincitore del Leone d'oro al miglior film alla 78ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. La summa dell'opera di Ernaux sta nel romanzo Gli anni, tradotto e pubblicato in Italia, come tutti gli altri, da Lorenzo Flabbi per la sua casa editrice, L'orma (i cui dipendenti, ieri, facevano la ola in redazione).
PICCOLE VITE I temi di Ernaux, "cronista delle piccole vite", seppure d'impianto fortemente autobiografico sono universali; e allargano la memoria personale a quella collettiva. Semmai difficilmente classificabile, in lei, è lo stile. Non è né quello dell'autobiografia né del romanzo; forse lo è del memoir, grazie a un uso smodato delle prima persona. Nella sua bio risulta che «la stessa autrice negli anni '80, dopo la pubblicazione di La Femme gelée, chiede alla casa editrice Gallimard di rimuovere dalla copertina dei suoi libri qualsiasi riferimento a un particolare genere letterario. Da Il posto (1983) in poi, la sua scrittura integra una varietà di generi differenti: la prosa narrativa, la diaristica, l'etnografia, la sociologia, e, ovviamente l'(auto)biografia. L'allontanamento dalle categorie tradizionali della letteratura è l'elemento che maggiormente connota in senso innovativo la sua opera». Ed è una descrizione perfetta. Ernaux ha il dono della sintesi e del distacco (pure troppo, le rimproverarono amabilmente le sue lettrici all'uscita di Passione semplice, '91); è stata molto fluida, molto prima che la fluidità fosse à la page. Ernaux spicca, in Francia come una sorta di Isabelle Huppert della letteratura. L'Accademia Svedese ha voluto onorarne l'insieme dell'opera narrativa «per il coraggio e l'acutezza clinica con cui svela le radici, gli estraniamenti e i vincoli collettivi della memoria personale». Nulla da eccepire, la signora aspettava da anni. Però, se penso a Houellebbecq, e a Philip Roth, De Lillo, Edna O' Brien o il mio adorato Stephen King; be', i rimpianti superano gli entusiasmi. Compreso quello della fascinosa collega di cui sopra. La quale, essendo di sinistra -come Annie-, avrebbe voluto, almeno una volta, qualcosa di dirompente... 

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