Cinquantacinque anni, neurobiologa esperta di impatto ambientale sulle emozioni, considerata da Forbes una delle cinquanta donne più influenti di Israele, Mouna Maroun è da un anno rettrice dell’Università di Haifa. La prima rettrice araba nella storia di Israele, e per di più cristiana. Cattolica maronita, per la precisione. Per questo, è venuta a celebrare il primo anniversario in Italia, in una conferenza indetta al Santuario San Giovanni XXIII di Sotto il Monte. «È stata in realtà una coincidenza: mi hanno invitato senza sapere quando era stata eletta», ha chiarito in un incontro che si è tenuto presso l’ambasciata israeliana a Roma. «Ma per me è comunque un’opportunità, come cristiana cattolica, di ringraziare Dio».
“Ponti di Speranza: il ruolo delle minoranze in Terra Santa”, è il titolo dell’incontro. «Quando sono stata eletta eravamo quattro candidati: tre uomini ebrei e io, donna araba. Erano passati solo sei mesi dai tragici eventi del 7 ottobre, e quando si è saputo che mi ero candidata mi è stato detto: “Devi essere pazza, nessuno ti voterà”. E invece ho vinto io. Gli arabi in Israele sono il 21% della popolazione, ma nella mia università arrivano al 45%. Però la percentuale di professori arabi in tutte le università è inferiore al 6 per cento».
LE ORIGINI «Mio padre ha 101 anni. Mia madre ne ha 91. Sono cresciuta in una famiglia svantaggiata, come la maggior parte della popolazione araba. I miei genitori non hanno mai finito la scuola elementare perché non c’erano scuole nel mio villaggio. Eppure, hanno creduto nel potere dell’istruzione superiore per avere successo, proprio perché provenivamo da un contesto socioeconomico basso. Dopo aver saputo della vittoria ho pianto e mi sono detta: ora torno a casa dalla mia famiglia e dirò loro che la loro figlia è stata eletta».
Israeliana, araba e cristiana è una posizione peculiare. «Ho fatto il mio post-dottorato in Francia, e quando viaggiavo in Europa mi chiedevano sempre: “Di dove sei?”. Io: “Vengo da Israele” - “Ah, sei ebrea?” - “No, sono araba” - “Ah, sei musulmana? ” “No, sono cristiana”. E per giunta maronita, il che significa che sono una minoranza all’interno di una minoranza all’interno di una minoranza, all’interno di una minoranza». Proprio per questa sua esperienza in Italia è venuta a parlare anche del boicottaggio economico contro Israele e dei suoi effetti, specie sugli studenti arabi. «Sono stata assunta all’Università di Haifa nell’ambito del programma che consente l’inserimento delle minoranze arabe. Quindi la mia carriera mette in luce il potere del mondo accademico israeliano, perché credo che l’unica piattaforma per l’integrazione della popolazione araba nella società israeliana sia l’istruzione superiore».
«In Israele molti ebrei portano la kippah. Molte musulmane hanno la testa coperta e molti cristiani come me portano il crocifisso al collo. È una semplice dichiarazione di identità. Porto la croce da quando ho fatto i 18 anni, regalo dei miei genitori dopo avere finito il liceo. Non ne ho mai avuto problemi in Israele, e invece mi hanno fatto storie in Francia. “Siamo laici, volete imporre la vostra religione”, mi è stato detto. Mi ha colpito, proprio perché invece appartengo a una minoranza, e in Israele nessuno mi aveva mai infastidito per dichiararla. Anche adesso ho messo un crocifisso nel mio ufficio di rettore». «Non faccio politica», chiarisce. «Ma sono stata presidente di un comitato direttivo per aumentare l’accessibilità degli arabi all’istruzione superiore, perché l’economia di Israele ha bisogno della partecipazione della sua minoranza araba».
IL 7 OTTOBRE Una cosa curiosa di cui informa è che in Israele «il 90% dei farmacisti sono arabi. E anche negli ospedali la maggior parte del personale è costituita da arabi. Poiché dopo il 7 ottobre molti medici ebrei sono stati chiamati in prima linea, in questo momento sono medici arabi che stanno sostenendo il fronte interno del sistema sanitario. Proprio perché come esperta in neuroscienze mi occupo di traumi, vedo come il 7 ottobre sa stato in Israele un trauma collettivo per tutti. Per gli ebrei, è come la riattivazione della memoria di ciò che accadde durante la Seconda Guerra Mondiale. Il popolo ebraico si era ripromesso che non sarebbe mai più accaduto, e invece è successo di nuovo. Ma anche noi arabi come israeliani siamo stati colpiti da ciò che è successo. Molti arabi sono stati uccisi e assassinati, e altri sono stati presi in ostaggio. I rappresentanti arabi al parlamento israeliano hanno espresso una chiara condanna. All’Università di Haifa, con un 50% di studenti ebrei e un 45% arabi, abbiamo creato circoli di dialogo».




