I finlandesi usano un termine che è kaukokaipuu per indicare la nostalgia di un luogo dove non si è mai stati. Ecco perché siamo finiti al centro della rivoluzione di ottobre. Forse il protagonista di queste righe, Angelo d’Orsi, preferirebbe che ci rivolgessimo al 7 novembre 1917 come Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, oppure magari Grande ottobre o forse meglio ancora Ottobre rosso? Lo storico originario del salernitano, ma torinese d’adozione, in tutto il suo nostalgismo è così ritratto sui social. Coppola, sciarpa attorno al collo alla Folagra maniera, lo sguardo fisso sull’obbiettivo e la mano sinistra tesa sul volto di Lenin. No, non è una visione è l’ultimo post dello storico della filosofia.
Siamo nell’Emilia paranoica, ritratta in musica dai CCCP, in provincia di Reggio nell’Emilia precisamente a Cavriago. Nel paese è posizionato il celeberrimo busto di Lenin. «Realizzato a Lugansk», ci tiene a farci sapere d’Orsi, la stele è stata donata «dai sovietici ai “compagni italiani” di Cavriago, anche in memoria dei sette Fratelli Cervi (la casa ora museo è a breve distanza), oltraggiata, danneggiata, divelta persino, l’originale oggi è al sicuro». Un racconto per nulla retorico, figuriamoci. Sembriamo incastrati in un volume degli Editori Riuniti o in un’allucinazione da Pci, l’assunzione è fortemente sconsigliata, ma tant’è. Continuiamo a leggere. «Il solo monumento dedicato a questo gigante del pensiero e dell’azione in tutta Europa occidentale». Serve stropicciarsi gli occhi perché è difficile accorgersi di non essere davanti alla lettura, per fanatismo, de Il poema di Lenin di Vladimir Majakovski, lo sconfinato poeta cubofuturista ci perdonerà per averlo scomodato. «Lenin ci chiama: «Proletari, serrate le file per l’ultimo scontro.
Stefano Esposito inchioda D'Orsi sui centri sociali: "Almeno fatelo"
I compagni fanno molto fatica a condannare altri compagni che sbagliano. Soprattutto se questi fanno parte di centri soc...E voi, schiavi, rialzate le schiene e i ginocchi. Allegra e veloce, viva la nostra Rivoluzione!”». Il ‘900 ritorna sempre. «Tra tutte le guerre», ancora lo scrittore sovietico, «che han devastato il corso della storia, questa è l’unica grande giusta guerra». Il centro dell’ombelico ovvero il precipizio del comunismo, ma allo storico piace così. D’Orsi non si esaurisce. «Evidentemente», continua, «l’ombra di Lenin fa paura. Liberali fascisti e “democratici” fanno a gara per cancellarne la stessa memoria». Chissà se quella frase, attribuita al russo - per la serie anche Lenin “avrebbe” detto cose giuste - in cui il padreterno dei sovietici lamentava l’incapacità dei compagni italiani di tenersi stretto l’unico socialista capace di fare la rivoluzione, spoiler Benito Mussolini, ha mai sfiorato i pensieri del compagno qui in questione. «Ebbene, voi lo avete perduto e non siete capaci di ricuperarlo», come il senno.
Nell’avvinghiarsi tra ossimori, fascismo e liberismo, arriva la perla. «Ma proviamo a riflettere: se ci fosse ancora l’Urss il mondo non sarebbe migliore? Sarebbe immerso come adesso in una condizione di guerra infinita e permanente?». Abbiamo dovuto leggere due volte queste righe perché sembrano la sceneggiatura di una scenetta di Scherzi a parte. Immaginate di essere sopravvissuti al sangue sparso dal comunismo e trovarvi davanti alle parole di d’Orsi. Un passato paranoico e disumanizzante tenuto in piedi dalle visioni di intellettuali ormai superati dallo spazio e dal tempo. Poi il genio. «A Cavriago c’è una leggenda: se si accarezza il mitico ‘pizzetto’ di Vladimir Ilic Uljanov si favorisce la rinascita dell’Unione Sovietica. Ci ho provato».
Magia occulta rossa, siamo allo sciamanesimo. Poteva mancare l’attacco al Movimento sociale italiano? «Con saluto speciale al camerata La Russa che voleva abbattere il busto lamentando che in Italia non ci fosse invece neppure un riconoscimento similare al fucilatore di partigiani, Giorgio Almirante». Quella di Almirante aguzzino dei partigiani è una menzogna ripetuta come un mantra. Il caso esplose a seguito di alcuni articoli di giornale del 1971, come riporta il collega Alberto Busacca nel suo libro Fasciofobia, in cui venne attribuito allo storico leader missino di aver firmato, nel 1944, un bando anti-partigiano. Ma il tribunale, nel processo che ne seguì, «sosteneva che Almirante aveva firmato un telegramma che ordinava l’affissione del manifesto, ma che non era fra gli autori del bando», come riporta proprio Busacca. E così se ne va un’altra polemica e mentre scriviamo d’Orsi torna all’attacco dell’Anpi: «L’associazione non diventi un’estensione del Pd guerrafondaio». Dopo essere passati in edicola non scordatevi di comprare i pop corn.




