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Ricky Tognazzi invoca la rivolta degli attori

La saga dell’ipocrisia è rappresentata proprio da questa speciale genia di radical chic in lotta contro la povertà altrui, perché a un certo tipo di artisti ci deve pensare lo Stato a suon di sovvenzioni
di Francesco Storacemartedì 24 febbraio 2026
Ricky Tognazzi invoca la rivolta degli attori

3' di lettura

Ma si, una bella intervista al Fatto Quotidiano scaccia la noia. Poi, per non disperdere il consenso tra i “progressisti” basta atteggiarsi a eroe mancato e vittima di un sistema. «In America i nostri colleghi sono più coraggiosi», declama Ricky Tognazzi. Il prossimo film lo farà su Landini e lo intitolerà “rivolta sociale”? C’è da restare a bocca aperta leggendo le parole dell’attore, che vuole evidentemente eccitare i suoi colleghi per non perdere le antiche abitudini. La saga dell’ipocrisia è rappresentata proprio da questa speciale genia di radical chic in lotta contro la povertà altrui, perché a un certo tipo di artisti ci deve pensare lo Stato a suon di sovvenzioni. Le polemiche sui fondi pubblici gli devono essere sfuggite. Non parliamo, si lamenta, Oltreoceano si fanno sentire invece. In effetti alle presidenziali erano in tanti e troppi contro Trump, ma il buon Donald li ha stesi tutti col voto popolare. Ma per farsi sentire comunque, Tognazzi junior ci ha tenuto a criticare il silenzio degli artisti italiani sulla politica, paragonandoli sfavorevolmente a quelli americani, più propensi a esporsi. Ha evidenziato come sul set ormai si tenda a non parlare di politica, concentrandosi esclusivamente sul lavoro.

Che poi sarebbe il motivo per cui guadagnano fior di quattrini. E qui sta il nodo principale, perché siamo innanzi alla pretesa di conquistare il pubblico con prese di posizione politiche, anziché con la qualità artistica. Colpisce, nell’intervista al giornale di Travaglio, quel richiamo alla necessità di «correre a perdifiato» per portare a termine i progetti. E che c’è di strano? Provi a chiedere a qualche lavoratore impegnato ogni giorno nella fatica per portare il pane a casa. Povero Tognazzi, che non si è accorto di quanto parlino i suoi colleghi artisti da quando il premier si chiama Giorgia Meloni, prima andava tutto bene. In realtà non può sfuggire neanche a lui la realtà del circoletto del Pd, che ancora pretende di decidere la linea nello spettacolo. Basti guardare all’autentico bordello esploso peri fondi al cinema. Sale vuote e pellicole ricchissime.

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Tognazzi dimentica anche altro: quando si parla di libertà artistica “all’americana”, spesso si accantona un dettaglio molto concreto: il rapporto col denaro pubblico. Negli Stati Uniti il sistema è brutalmente semplice: il mercato pesa molto di più dello Stato. Se piaci, lavori. Se non piaci, sparisci. Ci sono fondi pubblici, certo, ma molto più limitati rispetto all’Italia. Questo rende gli artisti più indipendenti dal potere politico... ma anche molto più esposti al fallimento economico. In Italia invece il legame tra cultura e finanziamento pubblico è storico e forte: cinema, teatri, festival, fondazioni liriche. Questo crea una situazione ambigua: da un lato garantisce la sopravvivenza di opere che il mercato da solo non reggerebbe e dall’altro rende praticamente inevitabile che ogni scelta politica su fondi e regole scateni proteste. Quando Ricky Tognazzi dice che gli artisti italiani tacciono più degli americani, probabilmente si riferisce alla minore esposizione diretta e sistematica su temi politici generali. Ma è vero anche quello che osservi tu: quando entrano in gioco finanziamenti, tax credit o sostegni al settore, la voce si alza eccome. Alla fine la vera linea di divisione non è tra artisti coraggiosi e artisti timidi, ma tra chi accetta apertamente di essere parte di un sistema e chi invece finge di stare sopra il sistema, pur beneficiandone.

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