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Da Kiev fino a Teheran le profezie farlocche del professor Orsini

di Pietro Senaldilunedì 2 marzo 2026
Da Kiev fino a Teheran le profezie farlocche del professor Orsini

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Ogni regime ha i suoi cantori grotteschi. Quello morente degli ayatollah può contare su Alessandro Orsini, altrimenti detto Ale il comico, in omaggio ad Alì il comico, quel poveretto che Saddam Hussein vent’anni fa mandò in tv a dire che non c’erano soldati americani a Baghdad, mentre la telecamera inquadrava i marines che dietro di lui issavano la bandiera a stelle e strisce sui palazzi del regime. Orsini non è costretto da nessuno a sparare fesserie.

Lo fa deliberatamente, per calcolo: più cavolate dice, più lo chiamano in tv, più Marco Travaglio lo esalta e più libri vende. In questa corsa ad alzare il tiro, il politologo azzarda un po’ troppo, tanto che i suoi moniti terrorizzanti, del resto è professore universitario in sociologia del terrorismo, non vengono presi sul serio neppure dai suoi seguaci; in compenso dispensano ilarità tra gli altri. Sono passati neanche quattro giorni da quando il nostro ha registrato un’acuta analisi nella quale spiegava perché un altro Alì, Khamenei, era «in vantaggio rispetto a Volodymyr Zelenski perché, se negli Usa ci fosse un altro al posto di Donald Trump, i bombardamenti sull’Iran cesserebbero, mentre l’Ucraina sarebbe sotto attacco anche se Vladimir Putin venisse sostituito». Neanche il tempo di dirlo e Khamenei è stato ucciso da una bomba mentre il presidente di Kiev questo mese affronterà una serie di colloquio trilaterali con Stati Uniti e Russia per arrivare alla pace e, bene o male, può ancora contare sul sostegno dell’Unione Europea, mentre il regime sciita è isolato in Medio Oriente, tanto che neppure hezbollah si sta mobilitando in suo soccor so. Se il giornalismo di qualità separa i fatti dalle opinioni, l’analisi politica di Orsini si è specializzata nel separare la sua opinione dalla realtà. Nello spericolato confronto tra Ucraina e Iran, il professore spiegava che la guerra a Kiev è voluta dal popolo russo mentre quella a Teheran non è voluta dal popolo americano.

Tralasciando il fatto che i russi hanno talmente tanta voglia di andare al fronte che le loro truppe sono riempite da mercenari ed ex galeotti, quando non di nordcoreani e kenioti deportati al fronte, forse Orsini dovrebbe mettersi nella prospettiva del popolo resistente: quello ucraino combatte palmo a palmo da quattro anni, quello iraniano è in piazza a festeggiare gli ultimi vagiti del regime e la morte dei suoi vertici. Ora che Teheran è in cerca di nuovi leader, Orsini potrebbe candidarsi alla successione nella teocrazia. Ha il phisique du role di un nuovo Mahmoud Ahmadinejad, il presidente fanatico che gli inturbantati insediarono al potere per le sue doti di burattino e sul cui destino è giallo in queste ore. La sua dottrina internazionale è a prova di bomba. Ha sostenuto di recente sul Fatto Quotidiano, che è un po’ diventato il refugium peccatorum dei picchiatelli nostrani, che la ricetta per stabilizzare il Medio Oriente sarebbe dotare il regime dell’ordigno atomico, allora sì che tutto si acquieterebbe, «perché si ridurrebbe il potere di Stati Uniti e Israele». E a riprova del suo ragionamento, porta l’esempio della Corea del Nord, a detta sua stabile grazie alla sua potenza atomica, e non al fatto che è schiacciata tra Russia e Cina che, bomba o non bomba, le impediscono di fiatare. Il fenomeno Orsini smentisce anche la legge aurea della propaganda: continua a ripetere una menzogna e la gente penserà che sia verità (copyright del nazista Joseph Goebbles, ed è un vero peccato che il prof non ne sia un contemporaneo, chissà che succose analisi e riletture giustificazioniste avrebbe potuto fornire). È quattro anni che il biondo analista ripete che la Russia ha già vinto la guerra, ma non è riuscito a farsi credere neppure da Putin. Da Giuseppe Conte e fasce della sinistra italiana però sì».