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Trump-Meloni, parla Federico Rampini: "L'America ci fa grandi. Ricucire? Gesto da statisti"

di Pietro Senaldimartedì 23 giugno 2026
Trump-Meloni, parla Federico Rampini: "L'America ci fa grandi. Ricucire? Gesto da statisti"

5' di lettura

«Se giudico dai precedenti di altri leader alleati insultati da Trump, lo scontro diplomatico tra Donald Trump e Giorgia Meloni non è destinato a lasciare molti strascichi».

Eppure c’è chi sostiene che il presidente Usa sia arrabbiato personalmente con la nostra premier, che non ha assecondato le sue richieste nella guerra all’Iran...
«I rapporti bilaterali obbediscono a delle logiche profonde, prescindono dalle relazioni personali e dal risentimento per le offese subite. L’amicizia non esiste quasi mai nei rapporti fra leader. Contano i rapporti di forze, il posizionamento geopolitico, la sicurezza militare, l’accumulo di interessi economici».

Il governo italiano pare intenzionato a voltare pagina e chiudere l’incidente: sarebbe una decisione corretta?
«Certo. La tempra dello statista si nota anche in questi frangenti: un capo di governo deve guardare agli interessi di lungo periodo del proprio Paese, anche a costo di ingoiare amaro e sacrificare il proprio orgoglio personale. Continuare lo scambio di accuse farebbe la felicità dei social e dei media, ma renderebbe più complicato il lavoro di chi dietro le quinte sta già adoperandosi per seppellire l’incidente e ricucire».

«Lo scontro Trump-Meloni ha avuto molta eco in Usa», racconta Federico Rampini, già corrispondente da New York, Pechino e Bruxelles e oggi scrittore ed editorialista del Corriere della Sera. «Che abbiano dato visibilità alla vicenda i grandi media vicini al partito democratico come Cnn, New York Times e Washington Post è logico, perché non perdono occasione di evidenziare le difficoltà di Trump. Mi ha colpito però che media di destra come la tv Fox News e il tabloid New York Post abbiano trattato con attenzione e rispetto Giorgia Meloni». Nel suo ultimo libro, Pane e cannoni. Un mondo in guerra e le sue nuove regole (Mondadori, aprile 2026), il giornalista analizza la fine del sogno pacificatorio della globalizzazione e la sfida per la supremazia planetaria tra Washington e Pechino, con Mosca comparsa rabbiosa e minacciosa e Bruxelles spettatrice confusa e indolente. «La caduta di consenso di Trump è reale», spiega, «anche se in parte è fisiologica: quasi tutti i presidenti nella storia hanno visto il proprio partito castigato dagli elettori alle elezioni di metà mandato. Lui era già in crisi prima, la guerra in Iran ha peggiorato le cose».

L’alleanza sempre e comunque con gli Usa resta la stella polare per l’Italia o ha ragione chi suggerisce di guardare altrove, per esempio alla Cina?
«Il mito dell’alleanza con la Cina è già stato distrutto dagli sviluppi degli ultimi 14 mesi. Dopo il Liberation Day del 4 aprile 2025, l’annuncio dei dazi di Trump, era di moda in Italia questo teorema: il rapporto con l’America è finito, bisogna castigare e isolare Trump andando a una coalizione con Xi Jinping. Da allora il mercato americano si è rivelato il più generoso di tutti con il made in Italy, mentre la Cina è più chiusa e protezionista che mai. L’avanzata del made in China sta distruggendo interi settori industriali europei».

Il nostro export verso gli Usa è cresciuto di oltre il 20% negli ultimi anni: la presidenza Trump finora ci ha danneggiato o favorito come Paese, e quanto?
«Grazie all’America il sistema-Italia ha messo a segno un exploit clamoroso: il sorpasso sul Giappone. Siamo saliti al quarto posto fra le potenze esportatrici mondiali, e questo lo si deve al traino della domanda Usa; in nessun altro mercato al mondo abbiamo avuto risultati così brillanti. Trump non c’entra nulla. Gli Stati Uniti sono un’economia di mercato. Imprese e consumatori americani non prendono ordini dalla Casa Bianca quando decidono cosa comprare e da chi. I dazi – che peraltro erano stati applicati anche da Nixon, Reagan, Bush e Biden – non hanno mai avuto quelle conseguenze catastrofiche che alcuni presunti esperti davano per certe. Per fortuna i nostri imprenditori sanno fare il loro mestiere, conoscono l’importanza del mercato americano, e non ascoltano i profeti dell’Apocalisse».

Perché il presidente Usa, dopo aver attaccato duramente Bibi Netanyahu, adesso sembra non voler facilitare il lavoro di JD Vance per fare la pace in Iran?
«Dall’inizio di questa guerra, Trump ne ha cambiato gli obiettivi ogni giorno, magari anche due volte al giorno. Non amo le dietrologie, però m’incuriosisce il teorema di alcuni falchi della destra repubblicana secondo cui Trump vuole solo temporeggiare fino al 3 novembre perché gli elettori votino alle mid-term con un prezzo della benzina più basso, dopodiché potrebbe anche far saltare il negoziato».

Nel suo libro è scritto che l’economia per vincere le guerre pesa almeno quanto le armi: per questo gli Usa non possono piegare l’Iran, perché rischiano una rivolta dei Paesi arabi amici?
«Quelle monarchie sunnite del Golfo che hanno maggiore influenza su Trump – Arabia, Emirati, Qatar, Bahrain e Kuwait – hanno avuto oscillazioni e ambiguità. All’inizio erano tra i falchi, spingevano Trump alla guerra quasi quanto Netanyahu. Ora alcuni di loro si stanno rassegnando a tornare a una vecchia posizione: pagare un pizzo a Teheran per comprare una riduzione della minaccia».

Che ruolo può ritagliarsi l’Italia nello scenario globale e in un’ipotetica distensione in Medio Oriente?
«Per contare bisogna investire nei rapporti di forze. La diplomazia senza la forza delle armi, conta poco. Nel 2003 ebbero ragione Francia e Germania a condannare l’invasione americana in Iraq, ma 23 anni dopo Parigi e Berlino contano ancora meno di allora in Medio Oriente».

E l’Europa sta a guardare: il suo è un problema di opinioni pubbliche, di mancanza di una reale volontà degli Stati di cercare un’Unione odi debolezza politica, sistemica ed economica?
«Molti elettori europei sembrano affezionati a un modello che produce stagnazione, si autoconvincono che è moralmente superiore, e intanto i giovani continuano a soffrire per la mancanza di opportunità, e troppo fuggono all’estero».

Si sente dire che l’Europa dovrebbe unirsi e staccarsi dall’influenza Usa: non converrebbe invece aspettare che il tornado Trump passi e rilanciare su un asse con Washington, per rinforzare il fronte?
«La relazione transatlantica dal 1945 ad oggi ha superato tante crisi gravi in cui era stata data per morta: alcune in occasione di altrettante guerre mediorientali (1956, 1973, 2003). È più forte dei presidenti che si avvicendano alla Casa Bianca».

La Cina è destinata a vincere la guerra con l’Occidente o abbiamo una speranza?
«Il sorpasso cinese sull’America sembrava una certezza quando abitavo a Pechino 20 anni fa. Ora è scomparso all’orizzonte. La Cina ha punte di forza che nascondono enormi problemi. Ma è sbagliato paragonarla all’Occidente perché la sua gara è con l’America, il concetto di Occidente non si applica alle grandi competizioni del nostro tempo da cui l’Europa si è chiamata fuori».