L’esempio più eclatante ha collegamenti con l’attualità più stretta e con Giuseppe Conte, che si ostina a non dimettersi dalla Commissione Parlamentare sul Covid per rispondere alle domande dei suoi onorevoli colleghi sul mega appalto da un miliardo e duecento milioni a un misterioso consorzio cinese in piena pandemia per l’acquisto di mascherine che si sono poi rivelate per lo più inutili, talvolta dannose, certamente troppo costose.
Fu Ranucci, come testimoniano gli articoli sul Giornale di Felice Manti, che se ne accorse subito, a tirar fuori lo scandalo, nel gennaio del 2022, con puntate dedicate alle “mascherine false e strapagate” e al “giro di mascherine pericolose”. Naturalmente, benché la commessa sia stata ordinata dal commissario straordinario al Covid, sarebbe stato impossibile andare avanti senza tirare in ballo la responsabilità politica del leader di M5S, allora premier, che decise di delegare alla struttura di Domenica Arcuri l’intera gestione dell’emergenza.
Fu così che, dopo i primi colpi centrati, i cannoni di Report virarono il tiro da Giuseppi e le mascherine alla mancanza di piano pandemico, addebitandone la piena responsabilità all’ex direttore generale della Prevenzione presso il ministero della Salute, Ranieri Guerra, che naturalmente fu perseguito ma mai condannato. Un’operazione di distrazione di massa? Sicuramente una scelta giornalistica che, in materia di mala gestione del Covid, ha tolto imbarazzanti fari puntati su Conte per spostarli su un personaggio assolutamente secondario. Sopratutto, è difficile non nutrire sospetti di simpatia partigiana nella decisione, professionalmente poco comprensibile.
E pensare che altre volte Ranucci e i suoi sono stati alquanto meno clementi con la politica e hanno deciso di non demordere, inseguendone i protagonisti fino all’ultimo e più flebile sospetto e mostrando canini da segugio implacabile, affamato e di razza. Casualmente in questi casi i morsi delle inchieste di Report affondavano preferibilmente nella carni di esponenti del centrodestra. Ai duri colpi che sono stati inferti a questi signori dal punto di vista mediatico nei casi più eclatanti non hanno mai corrisposto decisioni giudiziarie che hanno confermato i sospetti di Report. Ecco una breve, e incompleta, compilation, che potrebbe essere solo l’antipasto dei tanti flop a tesi del tenebroso Sigfrido.
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Tra gli obiettivi preferiti di Report c’è la Lega di Matteo Salvini. Secondo la trasmissione Rai emissari del leader leghista avrebbero concordato con esponenti del partito di Vladimir Putin, all’hotel Metropol di Mosca,una mega vendita di gasolio a una società italiana che avrebbe dovuto garantire ai russi un margine di 65 milioni extra da destinare come finanziamento al partito del Capitano per sostenerlo alle Europee del 2019. Non furono mai trovati i soldi, l’operazione non vi fu e nessuno è mai stato condannato. Però il popolo del canone Rai ha potuto divertirsi a lungo con questa spy story, avvincente almeno quanto le romanzate avventure amorose che il tenebroso Sigrfido narra nella suo libro autobiografico.
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Di danni ai governi di centrodestra Ranucci d’altronde, con le sue inchieste a tema, ne ha provocati parecchi. Appena insediato,Alessandro Giuli parlò di «clima barbarico» creato ad arte sul suo nuovo capo di gabinetto, Francesco Spano, che il ministro della Cultura voleva portarsi al Collegio Romano dal museo Maxxi, di cui prima era presidente. Report montò uno scandalo perché Giuli aveva rinnovato al marito del suo collaboratore, Marco CarnabuChe dire poi di Armando Siri, oggetto di due approfondimenti di Report e anche per questo estromesso dal governo, dove era sottosegretario a Infrastrutture e Trasporti. La squadra di Ranucci puntò l’indice contro il leghista, che ai tempi era accusato di corruzione per aver favorito una legge che spingeva l’energia eolica. Risultato?
Proscioglimento perché gli elementi raccolti erano insufficienti a sostanziare le accuse. Ma Report fece anche ben altro: un dossieraggio sul mutuo che Siri ottenne dalla Banca Agricola Commerciale di San Marino per acquistare una palazzina. Dalle insinuazione giornalistiche partì un’inchiesta giudiziaria, che si risolse con la richiesta di archiviazione da parte della Procura; ma ormai il danno era fatto e Siri deposto. Chi continuò a procedere con i soliti metodi fu invece il censore Sigfrido.
INDAGINI SU VANNACCI
Perfino Roberto Vannacci ha fatto le spese del metodo Report. La trasmissione è saltata sull’indagine per peculato e truffa, aperta dallo Stato Maggiore della Difesa, relativa al periodo nel quale il generale era addetto militare a Mosca, destinazione che egli non scelse ma dove fu comandato. Alla vicenda vennero dedicati servizi per contestare le indennità, i rimborsi, le spese di rappresentanza e altre anomalie. Tutte accuse che furono archiviate ma non indussero i segugi di Report a mollare la presa. A gennaio di quest’anno si sprecarono servizi per collegare Vannacci alla massoneria. Ancora si attendono le prove. Che ci siano pure i grembiulini dietro l’attentato al Reporter? Forse a questo non credono neppure i fan più sfegatati di Sigfrido.




